Rassegna stampa

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Le parole e le cose, 1 luglio 2016

Marco Mongelli, Osservare e dire le vite altrui: breve introduzione alla biofiction

Il contesto contemporaneo della biografia di finzione è costellato da una miriade di forme diverse, tanto che sembra che ogni testo faccia categoria in proprio. Sarebbe inutile stilare qui una lista e per questo mi limiterò a indicare i testi più noti di una pratica autoriale che vede una prima emergenza all’inizio degli anni ‘80, in seguito al successo di massa di opere, spesso mediocri, a carattere biografico, in Italia ma non solo. Nel 1983 escono L’enciclopedia dei morti di Danilo Kiš e Lo stadio di Wimbledon di Daniele Del Giudice; l’anno dopo le Vies minuscules di Pierre Michon. Negli ultimi dieci anni vanno segnalati almeno, in ambito francese, Ravel (2006), Courir (2008) e Des éclairs (2010) di Jean Echenoz e il celeberrimo Limonov (2011) di Emmanuel Carrère, e in ambito italiano, l’eccellente esordio di Davide Orecchio, Città Distrutte. Sei biografie infedeli (2012).

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Allegoria, 71-72, gennaio-dicembre 2015

Riccardo Castellana, La biofiction. Teoria, storia, problemi

Per Città distrutte, a rigore, non dovrei parlare di biofiction, perché nessuno dei personaggi di queste «sei biografie infedeli» porta il nome di una persona reale: è assente cioè il nome proprio come «designatore rigido», direbbero i filosofi del linguaggio, capace di assicurare il legame tra la persona reale e la sua “controparte” finzionale. Eppure, credo che in questo caso l’eccezione possa essere giustificata dal modo in cui Orecchio costruisce i propri personaggi, rendendone trasparente l’origine e dichiarando nel paratesto i modelli di partenza. […] E procedimenti analoghi sono messi in atto quando i biografati sono uomini e donne realmente esistiti, a volte famosi come Tarkovskij, ma in altri casi oscuri e dimenticati, «vite minuscole» (per citare Pierre Michon) come quelle del sindacalista Nicola Crapsi, del giornalista Alfredo Orecchio, o della scrittrice Oretta Bongarzoni. Il palinsesto biografico è sempre scrupolosamente ricavato da autentici documenti d’archivio, come lettere e pagine di diario, sempre citati tra virgolette, e la sua natura autenticamente documentaria è dichiarata nel peritesto. La finzionalità formale di queste brevi narrazioni eterodiegetiche non sta nel privilegio dell’onniscienza (cui Orecchio non ricorre mai), ma nelle crepe della simulazione del discorso fattuale: negli inserti autofinzionali con cui il narratore commenta il disfacimento fisico e morale dei suoi personaggi o ne prende congedo, o negli appelli ad auctoritates inesistenti, come il Patrice Vuillarde citato in apertura di libro, fantastico nume tutelare che ritorna anche in altri lavori dell’autore. Ircocervi solo apparentemente postmoderni, le creature di Orecchio sono rappresentative di un’epoca, hanno caratteri realistici, talvolta addirittura tipici. Grazie a questo singolarissimo espediente (e grazie anche alla non comune qualità stilistica della prosa di Orecchio, in assoluto una delle migliori di questi anni), il Novecento, dal fascismo al colonialismo, fino alla guerra fredda e alle dittature sudamericane ci si mostra per il tramite di vite individuali il cui fallimento esistenziale (la «distruzione» cui allude del titolo) è indice della tragicità e dell’orrore della storia.

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Galatea, European magazine, gennaio-marzo 2014

Andrea Cortellessa, Le storie dietro alla storia

Non necessariamente la non-fiction riduce lo spazio dell’invenzione sino a schiacciarlo. Il più sorprendente caso letterario del 2012 è il libro d’esordio di Davide Orecchio (Città distrutte. Sei biografie infedeli, Gaffi, pp. 239, € 15,50): cui il tam-tam ha procurato lettori entusiasti e premi importanti, sino a venire persino ristampato (caso più unico che raro, nel campo dell’odierna ricerca letteraria).

Come in tanta altra non-fiction contemporanea, campo d’azione privilegiato è la storia del Novecento: una storia che non è ancora del tutto storia, cioè, perché mantiene con chi scrive – e con noi che leggiamo – legami troppo forti per fingere il distacco che perterrebbe appunto agli storici. Ed è proprio il caso di Orecchio: se è vero che, effettivamente storico per formazione (lavora alla rivista della CGIL), fra le biografie tacitamente ha introdotto anche quelle di suo padre (il giornalista di Paese Sera Alfredo Orecchio, in una vita precedente fervido intellettuale fascista) e di sua madre (Oretta Bongarzoni: poetessa almeno altrettanto fervida, ma mai pubblicata). Se questo legame può venire dissimulato è perché Orecchio manipola raffinatamente i materiali, a partire dall’onomastica: magari attribuendo ai personaggi frasi e azioni appartenute in realtà ad altri. Così facendoli diventare davvero ‘portavoce’ (nomen omen il suo, allora) di un tempo collettivo che si chiama appunto storia. Questo scambio fra realtà e immaginazione viene splendidamente allegorizzato, parrebbe, dal primo e forse più bello fra i racconti (l’unico che non adombri una ‘storia vera’): in cui una desaparecida argentina scambia la sua salvezza con quella di una donna che le somiglia. Uno scrupolo ‘manzoniano’ impone a Orecchio virgolette diverse a seconda se le frasi dei personaggi siano ‘vere’, ‘inventate’ o appunto ‘deviate’; ma è senza scrupoli, per fortuna, la partecipazione emotiva che dà alla sua scrittura una così grande intensità. Senza quel rigore, il portato di famiglia del suo fervore rischierebbe, ad ogni pagina, il survoltaggio dell’enfasi retorica.

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Paolo Giovannetti, Quel babbeo di David Copperfield, in Vittorio Spinazzola (a cura di), Tirature ’13. Le emozioni romanzesche, il Saggiatore / Fondazione Arnoldo e Alberto Mondadori, Milano, 2013, pp. 21 e 26.

Difficile formarsi, se si è già perfettamente maturi sin da piccoli. Difficile essere realisti, se il reale è solo apparenza oscena. Pratiche letterarie di questo tipo sono contrastate in particolare dalla non fiction di formazione “meticcia” «Timira», e dai personaggi falliti di Davide Orecchio, narratore controfattuale. Da qui un interrogativo: è ai limiti della finzionalità che si collocano – oggi in Italia – le crescite letterarie più convincenti (ed emozionanti)? (…) Analogamente, le individualità finto-vere (racconti finzionali di personaggi storicamente reali: l’ultimo è addirittura Wilhelm von Humboldt) narrate da Davide Orecchio in «Città distrutte» (Gaffi, 2012) sono manipolate letterariamente entro una strategia espressiva che mima con la massima efficacia la razionalità dell’argomentare storico. Ci sono anche le fonti bibliografiche, le note, i conflitti delle interpretazioni. L’esito è raggelante, le emozioni che proviamo (intense, nondimeno) sono di natura solo disforica. Trame di vite che non possono non fallire, crescite esistenziali che si sgonfiano nel nulla, tempi segnati dalla necessità che infine collassano: l’inquietudine che le biografie di Orecchio comunicano addita una direzione di ricerca che – certo – non è ancora chiara. Sfigurare (finzionalizzare) la realtà con un metodo che si vuole obiettivo (…) un metodo tortuoso, assolutamente improbabile, per risolvere un problema fin troppo evidente. Faute de mieux, tuttavia, proviamoci.

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Flanerì, 24 maggio 2013

Roberta Biondi, “Città distrutte. Sei biografie infedeli” di Davide Orecchio

Non sempre la lettura si identifica con la ricerca della verità. Capita spesso, al contrario, che si preferisca trovarvi elementi da essa alienanti, che non siano però necessariamente frutto dell’altrui fantasia. A volte, infatti, è bello sentirsi raccontare qualcosa che sia quasi vero, qualcosa che potrebbe essere. Ed è quello che fa Davide Orecchio nel suo romanzo d’esordio, Città distrutte. Sei biografie infedeli (Gaffi Editore, 2012), creando un complesso e coinvolgente gioco capace di proiettarci nelle vite, nei pensieri e nei fallimenti dei protagonisti delle sue biografie fittizie. O meglio, come recita il titolo, infedeli. Perché non si tratta solo di invenzione: ci ritroviamo a riconoscere in ognuna delle parti del romanzo una personalità, un carattere, un tratto che da qualche parte abbiamo già visto.

Una ragazza argentina che con coraggio affronta gli anni della dittatura, un bracciante molisano e la povertà della sua terra, un regista sovietico che si ritrova in Italia a fare i conti con la propria solitudine, un giornalista siciliano combattuto tra fascismo e comunismo, un diplomatico tedesco che riscopre la sua indole di filosofo, una poetessa infelice, sono questi i sei ritratti dietro cui si cela, o potrebbe celarsi, un personaggio reale.

Le esistenze dei sei personaggi sono ricostruite con un’impeccabile precisione attraverso la citazione di lettere, documenti, materiali d’archivio, ma anche grazie a una ricostruzione estremamente precisa di un sostrato emotivo e psicologico che ci permette di conoscere a fondo le passioni e le sconfitte personali di ognuno di loro. Sconfitte, appunto. Perché, non dimentichiamolo, parliamo di “città distrutte”, luoghi la cui esistenza è scandita da guerre, repressioni, morte.

Tutto ciò è simulacro dell’esistenza umana, delle sue illusioni infrante e della sua volontà di ricostruzione, proprio come la storia stessa. Ed è proprio a uno dei personaggi, la poetessa Betta Rauch, che dobbiamo il titolo del romanzo: «Spesso mi dici che sono un rudere con un tono che mi fa impressione. Io spero di no. Certo, sono una città distrutta. Se Dio vuole, la storia è fatta di città distrutte e poi ricostruite».

Una frase in cui potrebbe identificarsi ognuno di questi personaggi di cui, in queste pagine, arriviamo a conoscere le più impercettibili (e forse trascurabili, potrebbe pensare qualcuno), sfaccettature. Nessuno di loro ha lasciato una traccia indelebile nella storia come la conosciamo noi. Eppure ognuna delle biografie composte da Orecchio è forse più fedele alla realtà di quanto non lo sia il paragrafo di un manuale.

L’autore ha saputo unire la precisione biografica a un’appassionata letteratura, in un connubio innaturale eppure estremamente poetico.

Un libro di storia deve per forza essere un’immagine della realtà più attendibile di una biografia “infedele”? Forse, pensandoci bene, non è così importante saperlo.

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Narrazioni, n.3, I semestre 2013

Giuseppe Giglio, Davide Orecchio, Città distrutte. Sei biografie infedeli

Leggere una pagina di Cechov è come mettere l’occhio su un vetro nitidissimo e guardare sotto scorrere la vita», diceva la Ortese. E si vede proprio scorrere la vita, a posare l’occhio sulle lucide e suggestive pagine di Città distrutte. Sei biografie infedeli, dell’esordiente romano Davide Orecchio, uscito per i tipi di Gaffi nel dicembre del 2011. Racconti infedeli, come recita il sottotitolo: perché Orecchio – narratore con solide basi storiche, e con il fiuto di un navigato archeologo – ha compiuto un felice tradimento sugli eterogenei materiali compulsati (fonti storiche, documenti d’archivio, note di diario, memorie, testimonianze, fotografie, persino quadri…). Si è cioè mosso tra documenti e immaginazione, i documenti aiutando a rendere probante l’immaginazione, per dirla con Sciascia. Sotto la lente della letteratura, ovvero di una finzione (di una menzogna, avrebbe detto Giorgio Manganelli) che smaschera finzioni: per mostrare la vita vera, vissuta.

E a proposito della Ortese: non manca, in questi racconti infedeli, una vigorosa vena visionaria, che ad Orecchio torna molto utile, mentre prova a muovere «ogni storia che meriti un posto nel ricordo», per dirla con l’io narrante; mentre prova cioè a raccontare l’uomo inventando, costruendo biografie (vengono facilmente in mente Lazzarillo de Tormes, Borges, Bolaño, il Pontiggia di Vite di uomini non illustri, a voler scoprire alcune tra le più nobili genealogie di ieri e di oggi: con la loro straordinaria linfa, in grado alimentare uomini veri, in carne e ossa, al contempo illuminando stagioni dell’esistere, squarci di vita collettiva). Nel segno del debenedettiano personaggio-uomo: quello che a ciascuno di noi sempre può somigliare, quello che, inventato, è più vero di tanti uomini reali. E che il narratore restituisce con un’azzeccata metafora, la città distrutta: «Certo, sono una città distrutta. Se Dio vuole, la storia è fatta di città distrutte e poi ricostruite», confessa la poetessa Betta Rauch (che scrive tutta la vita, senza pubblicare nulla, e dietro la quale si intravede l’ombra di Oretta Bongarzoni, la madre dell’autore, cui appartiene la splendida citazione: che tanta esistenza in sé racchiude), uno dei personaggi che animano il vividissimo teatro della memoria di Orecchio. Il quale pone i propri personaggi, le loro vite, davanti alla Storia. Ed essi ne escono sconfitti, devastati, inadeguati, irrisolti. Magari dopo aver animato una storia «oppressa dalla disgrazia d’essere accaduta», per riprendere le parole del grande e visionario narratore balcanico Danilo Kiš (forse una delle più preziose pezze d’appoggio di Orecchio), che nei suoi romanzi, come ricorda Milan Kundera, ha colto «i destini dimenticati sin dalla nascita».

Come succede con la desaparecida Éster Terracina, che muore sotto le torture della dittatura militare argentina, dopo essersi sostituita ad un’altra ragazza che le somigliava molto, e che aveva un figlio da crescere. O con il giornalista Pietro Migliorisi, personaggio squisitamente brancatiano, che sconta tutte le illusioni: «La povertà lo mise al mondo. Mussolini lo inghiottì. Bottai lo deglutì. Badoglio lo rigettò. Togliatti lo prese masticato e lo rimasticò. Stalin lo digerì. Gorbaciov l’ha evacuato». E che dire del regista sovietico Rakar (che ha molti tratti di Tarkovskij), che vive quattro anni d’esilio a Roma, senza riuscire a realizzare quel film che sterili burocrati di partito gli impedirono a Mosca? O di un diplomatico tedesco (dietro cui giganteggia Wilhelm Von Humboldt, il grande linguista e filosofo, che fu anche un diplomatico, amico di Goethe e Schiller) presso la Santa Sede, al tempo di Napoleone, che avrebbe voluto scrivere di poesia e di antropologia, e che ama perdersi tra le rovine della città antica, lui che è «spaesato nelle strade che ha dentro»? E a proposito di Napoleone: se è vero che la Storia poco o nulla ci dice dell’uomo di Waterloo, delle sue inquietudini, dei suoi errori, del suo difficile vivere quotidiano, quell’uomo magistralmente ce lo racconta Stendhal, in quell’indimenticabile affresco che è La certosa di Parma.

Orecchio si fa «pittore di parole», in questa notevole prova narrativa. Con leggerezza. Sorretto da un’ironia della scrittura che spezza la tragedia, qua e là disseminando invenzioni narrative e accensioni liriche. E dipinge le sue città distrutte, così pregne di destino: con certi giochi di luce che danno corpo ad una sorta di autobiografia del Novecento. Comprese tutte le brutture, le perniciose mitologie di quel secolo. Compresi tutti i nemici delle città: il potere, la repressione, le interruzioni imposte dalla Storia. Fino all’abolizione della memoria, al non compimento di ciascuna vita, quale conseguenza della violenza, di ogni tipo di violenza. E dipinge, Orecchio, con uno stile che ben traduce le sue visioni, e che lascia intravedere una sorta di ossessione: quella di chi una qualche traccia di quelle vite abortite (sul fronte esistenziale, come su quello estetico) caparbiamente vuol lasciare ai lettori. Che – come in un gioco di intelligenza attiva – possono trovare o ritrovare sé stessi, in quelle storie, e magari identificarvi anche un qualche segno cifrato del proprio destino. Tra le pagine di una prosa agile e potente, domestica e regale, in cui narrazione e saggismo rivelano una sorprendente maturità: quella di un vero narratore, che molto ha ancora da dire.

È un libro assai bello e insolito, Città distrutte. Che subito ha incontrato il successo di critica e di pubblico, addirittura procurando al suo autore più di un riconoscimento letterario, tra i più prestigiosi. Dal Premio Volponi al Super Mondello, dopo essere stato finalista al Premio Napoli. Tutto nel 2012. Non per niente l’editore ha previsto una nuova edizione, per il prossimo aprile. E intanto ne parlo volentieri con Davide Orecchio, di questa sua fortunata raccolta di racconti. E gli rivolgo qualche domanda.

Con Città distrutte racconti soprattutto l’inadeguatezza di tante vite, specie davanti alla Storia. Che spesso coincide con un grumo di sopraffazioni, quando non con una beffa. E lo fai dopo aver annusato un’epoca, per così dire. Come a cercare una maggiore verità per i tuoi personaggi inventati…

Prova a immaginare la frustrazione di uno storico, o di uno che s’è formato nello studio della storia, di fronte al documento: che può essere esaltante, emozionante, uno strumento attraverso il quale il passato torna in vita e ci parla, un po’ come un fossile per un geologo o la luce di una stella per un astronomo. Ma, dicevo, la frustrazione: perché il documento, come unica forma della realtà, è anche un arbitrio, può essere una menzogna, è sempre incompiuto, reticente, omissivo, e per di più pretende (sempre come forma della realtà) di comandare lo stile del racconto con la prepotenza e la maleducazione dell’accadere, di ciò che è stato e non è più modificabile. Allora la possibilità, non di tradire il documento e la verità storica, ma di assegnare loro l’abito di una funzione, di renderli strumenti ausiliari del gesto narrativo, di cementarli nelle fondamenta della fantasia-al-potere-della-scrittura: è un’operazione che, se uno se la consente e gli riesce, può dare soddisfazioni enormi. Ma attenzione: io in Città distrutte non ho scritto bugie. Ho camuffato documenti e testi. Ho inventato documenti e testi. Ho cambiato i connotati di persone e personaggi. Ma ho voluto dire sempre la verità: o la verità che io conosco o la verità secondo me, sul conto delle epoche e delle storie che provavo a raccontare.

La tua prosa continuamente intreccia narrazione e saggismo. Come nella nobile tradizione di quelli che Pirandello definiva «scrittori di cose». Anche se, nel tuo caso, prevale il narratore, sullo scrittore. Con una felicità di scrittura che riporta ad un grande narratore: Mario Soldati. Peraltro con un genere non molto diffuso in Italia: la biografia. Perché questa scelta?

Quella era la regola del gioco. Lo schema di gioco del libro. Una raccolta di ritratti o biografie fittizie che, però, asseconda a tutti gli effetti, nella parodia, l’impostazione del genere biografico. Nomi, date, fonti, il ritmo del tempo, i reperti, le testimonianze, le bibliografie: il piano saggistico, come dicevo sopra, usato in funzione di quello narrativo; ed è anche una voce esterna, una terza persona potenziata, che con una (falsificata) autorevolezza, l’autorevolezza dell’essere fonte, convince il lettore che i fatti sono andati a quel modo, che la verità accaduta e quella raccontata non divergono. Inoltre – e nell’anno di grazia 2013 non occorre che stiamo a ripeterci il mantra sulla crisi del narratore onnisciente, della terza persona che tutto sa e racconta – a me, che entro persino in gioco nella pagina, il piano documentale serve anche a dare un minimo d’equilibrio e “buon senso” a una narrazione fin troppo effervescente.

Un libro pluripremiato, il tuo. Ti aspettavi così tanta attenzione da parte della critica? Cosa hanno significato, per te, quei riconoscimenti?

Io i premi letterari li guardavo in tv (le nottate torride di luglio, Marzullo, i superalcolici) e ne leggevo sui giornali. Poi ne ho fatto una mia piccola esperienza diretta: il Mondello, il Napoli e il Volponi. E posso dire una cosa: questi premi hanno portato il mio libro dove non sarebbe mai arrivato. Nell’aula di una scuola a Bagnoli. Tra gli studenti di Palermo. Nelle mani di 240 lettori “forti” e appassionati in giro per l’Italia. Sotto gli occhi dei detenuti di Secondigliano e Poggioreale, che hanno letto e commentato Città distrutte per poi “restituirmelo” in due incontri emozionanti. Al di là del ricevere i premi, è stato il contesto a impressionarmi, assieme alle comunità virtuose di lettura che queste iniziative hanno fatto nascere.

Città distrutte, pur essendo il tuo primo libro, è di sorprendente maturità. Ed è come se avesse già dentro, come in nuce, tutti i temi che sceglierai di raccontare nei prossimi libri. Che cos’hai in mente, per il futuro?

Sto lavorando a un testo che non saprei incasellare in un genere. Non un romanzo vero e proprio. Non una raccolta di racconti. Potrei dire che è un romanzo di racconti. Un coro di storie e ritratti che s’intrecciano, dialogano tra loro nel corso del tempo e della storia, dove si parla di Sicilia, miniere, emigrazione, Argentina, dittatura, esilio… E di Roma, la mia città, tra gli anni Settanta e Ottanta del secolo scorso.

L’ALLEGATO

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Via dei Serpenti, 23 gennaio 2013

Emanuela D’Alessio, Città distrutte – Davide Orecchio

Come non esiste un solo modo di “fare” letteratura, e lo conferma Davide Orecchio con questa opera prima pluripremiata, conturbante e commovente, lui che ha la formazione dello storico e la vocazione dello scrittore, così non esiste un solo modo di leggerla.

Città distrutte, è bene chiarirlo subito, è un’opera letteraria e di quelle sopraffine, nonostante il sottotitolo Sei biografie infedeli sollevi il dubbio di trovarsi al cospetto di altro. Dubbio immediatamente fugato dal risultato stupefacente e pienamente riuscito, quello di piegare la realtà storica degli archivi, delle ricerche documentali, delle testimonianze al volere della narrazione, mescolando la rigidità del resoconto biografico con l’arrendevolezza della creatività immaginifica, alternando i piani della verità e dell’invenzione, manipolando e plasmando senza regole e remore, trascinando il lettore in un altrove dove non esistono più i personaggi reali né quelli immaginati, ma soltanto l’autore e la sua voce struggente e vibrante che sperimenta le infinite sfumature del raccontare, interpretando con impegno il dolore e la malinconia, la gioia e l’entusiasmo, la delusione e la rassegnazione, la rabbia e l’offesa, la menzogna e il tradimento. E che cos’è questa se non letteratura?

Si può leggere Città distrutte in diversi modi. Si può andare in cerca di indizi per ricostruire le vere biografie nascoste dietro quelle “infedeli”, cominciando dal titolo che è un frammento raccolto da un manoscritto della madre dell’autore, quella Oretta Bongarzoni ispiratrice inconsapevole della vita di Betta Rauch, scrittrice e poetessa infelice che mai conobbe la notorietà. «Sono una città distrutta. Se Dio vuole, la storia è fatta di città distrutte e poi ricostruite». Ma la soluzione è presto svelata, ogni episodio si conclude con citazioni e riferimenti documentali che confermano il binomio persona/personaggio. E così sappiamo che dietro Eschilo Licursi, sindacalista molisano e deputato comunista morto nel 1964, c’è il vero sindacalista Nicola Crapsi sul quale Orecchio aveva concentrato le sue ricerche per scriverne una vera biografia. Nella vita del regista sovietico esiliato a Roma Valentin Rakar ritroviamo i pensieri del celebre regista di Nostalghia e Sacrificio Andrej Tarkovskij; gli anni romani del diplomatico prussiano Kauder sono ispirati dall’opera del filosofo Wilhelm von Humboldt; tra le pagine che raccontano Pietro Migliorisi, poeta e giornalista, prima fascista, poi comunista, si cela la vita di Alfredo Orecchio, padre dell’autore. L’unico personaggio senza riferimenti biografici reali è Éster Terracina, giovane argentina di origini italiane che scomparve a Buenos Aires nell’orrore della dittatura. «Ester si donò, salvò il bambino che non aveva messo al mondo, guardò il futuro e l’anticipò». Nomi e fatti sono inventati, avverte Orecchio, pur appartenendo a migliaia di vite e di morti che vi riconosceranno qualcosa di proprio.

Una volta superati i confini della realtà e dell’immaginazione non si prova alcun rimpianto della verità. Secondo Kipling una storia raccontata è una storia vera «finché dura il racconto», o per dirla con Elias Canetti: «Una storia ben inventata è comunque una storia, non una bugia».

Ed ecco un altro modo di leggere Città distrutte, attraverso le lenti di autori come Borges, Bolaño, W.G. Sebald di Gli emigrati, Marcel Schwob di Vite immaginarie, che hanno fatto delle biografie impossibili, immaginarie ma verosimili, un genere letterario. Danilo Kiš disse che la materia dell’immaginazione per essere credibile deve avere la forza del documento. Sono questi i modelli cui Orecchio fa riferimento, lo afferma lui stesso, lo hanno scritto nelle numerose e prestigiose recensioni del suo libro. A noi viene in mente anche Edgardo Franzosini e il suo racconto Grande trampoliere smarrito(pubblicato sulla rivista WATT 0,5 nel maggio 2012) dedicato ad Arthur Cravan, pseudonimo di Fabian Avenarius Lloyd, poeta e pugile inglese, nipote acquisito di Oscar Wilde. «Non una verosimile biografia di personaggio inesistente, ma una inverosimile biografia di personaggio esistente» (qui la nostra recensione).

Il libro di Orecchio si presta ancora a una differente lettura, quella più schiettamente storica. I personaggi reali e fittizi sono testimoni e protagonisti, a loro modo, del Novecento (con l’eccezione del prussiano Kauder, che passa dalle guerre napoleoniche alla decadenza di una Roma di inizio Ottocento), assistono al sorgere e all’infrangersi delle ideologie insieme al naufragio delle loro personali esistenze, passano attraverso due guerre mondiali, il fascismo, lo stalinismo, la dittatura dei colonnelli di Buenos Aires, combattono e si ribellano, rincorrono e sperimentano passioni politiche e vocazioni artistiche. Città distrutte diventa così un libro di storia assai particolare dove date e avvenimenti, per quanto annotati con la precisione dello storico, si fanno pretesto per scendere negli abissi dell’esistenza e risalire in superficie con una nuova consapevolezza sulla follia e la ferocia dei regimi, sulla forza incontenibile che può avere il desiderio di libertà e di ribellione, sull’umiliazione dell’esilio, sulla malinconia dei sogni irrealizzati.

Le biografie di Città distrutte possono essere lette, infine, come biografie dello stato d’animo, non importa se di personaggi immaginari, verosimili o soltanto reali, perché la malinconia, la solitudine, le illusioni infrante, l’esilio della voce in cui soffocare il dolore per un amore interrotto e derubato o per l’insostenibile stanchezza del vivere, lo stupore o il sollievo per il tempo che passa e che tutto trasforma, sono temi universali che sopravvivono allo scontro tra letteratura e storia, tra verità e finzione.

«E il tempo che è un gioco di prestigio illudendoci che il nostro deperimento siano giorni e mesi, che la morte abbia bisogno degli anni, che il più semplice dei calcoli, una somma, causi i nostri cambiamenti, le nostre nuove orbite, fa l’unica cosa che sa: passa».

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Il Pickwick, 3 gennaio 2013

Alessandro Toppi, La vita dov’era la vita

Città distrutte. Sei biografie infedeli, di Davide Orecchio, si presenta in copertina con il capo di un palazzo in fase di declino mentre accanto, con moto leggerissimo, s’alza il bianco di una mongolfiera. Qualcosa crolla e, crollando, è destinato a farsi polvere e macerie e poi assenza e ricordo sbiadito e più sbiadito ancora mentre – nel contempo – dallo stesso luogo in cui avviene questa frana, che sa d’irrimediabile scomparsa fisica, altro si solleva: una nuova vita forse, forse la stessa vita ma con altra forma, volubile ed ariosa.

L’immagine, discorde e assai poetica, rende bene la natura innaturale di questa raccolta di apparenti biografie che fanno della biografia un rammento incerto e instabile, volutamente inattendibile: qualcosa crolla, ossia finisce e, dal luogo delle macerie e della polvere, si solleva ciò ch’è fragile, volubile ed arioso.

Da ciò che ha un suo peso, una sua massa stabile e tangibile (il palazzo) a ciò che fluttua in balia del vento (la mongolfiera). Dal vero che si riteneva immobile e sicuro al leggiadro che s’innalza resistente. Dalla Storia – in forma di storie singole e allusive – alla Letteratura.

Città distrutte può dirsi Storia risollevata per Letteratura. Sei vite, oppresse “dalla disgrazia d’essere accadute”, ne sono il nucleo autentico: dalle macerie del loro crollo Davide Orecchio fa sorgere altrettante mongolfiere (le reinvenzioni narrative) ricostruendo per fregio artistico, per particolare ch’è infedele: muta un nome, la geografia di un posto, la cadenza cronologica degli attimi; qui schiarisce il tono di una voce, lì s’immagina il colore di un vestito; in una pagina prova a far sentire il freddo, in un’altra accende un luogo tramutandolo in fornace: Davide Orecchio così rimugina, rimescola, ripensa per ridire; al vero aggiunge il verosimile, all’accaduto l’accadibile. Ne viene una sincerità fatta di menzogna ovvero una menzogna più sincera.

Scrive Marcel Schwob, in Vite immaginarie: “L’arte del biografo consiste nella scelta. Non deve preoccuparsi di essere vero; deve creare entro un caos di tratti umani. Alcuni pazienti demiurghi hanno radunato per il biografo certe idee, certi movimenti della fisionomia, certi avvenimenti. La loro opera si trova nelle cronache, nelle memorie, negli epistolari e negli scolii. In mezzo a questo ammasso il biografo seleziona quanto gli serve a comporre una forma che non assomigli a nessun’altra. Non serve che sia uguale a quella che fu creata un tempo, è sufficiente che essa sia unica, come ogni altra creazione”.

Ebbene, Orecchio dal “caos di tratti umani” che appartiene alle cronache, alle memorie, agli epistolari ed agli scolii sceglie, seleziona, rimette in ordine, poi modifica, scompone e ricompone, reimmagina una forma, la muta ancora un poco, la perfeziona nei dettagli (il tono della gola, il colorito della pelle, la celerità dei passi, un gusto preferito, la maniera di tossire, la fretta o la calma nel guardare) perché sia unica. L’affida poi alla pagina. Ecco, per prima, Éster Terracina.

Éster nasce, tra i cuscini di velluto, nello stesso giorno in cui Ernesto Guevara intraprende il suo ultimo viaggio; muove i suoi primi passi quando l’Argentina spasima i suoi voti per la combriccola Perón; cresce, muta, si rinvigorisce mentre si diffondono i comandi militari: “gambe e braccia si allungano, nel cinquantanove mentre Guevara entra all’Avana s’arrampica su una magnolia di Plaza San Martín e cade, trascorre un mese ingessata, nel sessanta prende la varicella, nel sessantuno il morbillo, le resta una cicatrice sulla fronte, poi le nasce il ‘collo di un cigno’, le sbocciano i seni, i capelli scendono verso il basso, il viso sembra modellato da carezze, le lentiggini dai polpastrelli di un dio che la favorisca, la voce s’arrochisce un po’, lo sguardo è commovente”.

Éster partecipa alla “Marcia Silenziosa del sessantanove”, frequenta le baracche di San Martín, discute una tesi eccellente ottenendo un voto mediocre; Éster scrive: “L’ardore politico di un tempo è entrato in un abito e s’è infilato le scarpe ai piedi. Ho smesso di struggermi per il ritorno di Perón, lotto per due soli obiettivi: libertà e giustizia sociale”.

Éster marcia, urla, lega i propri polsi ad altri polsi in catena, torna a marciare, torna ad urlare, sente il fischio di un proiettile, sbanda, riparte, ancora marcia, ancora urla. E lotta. E si nasconde. Ed ha paura. E fugge.

Un pomeriggio, spossata da notti insonni trascorse tra le strade ed i caffé, s’insinua in una veglia funebre, s’accomoda in chiesa, tira un sospiro, reclina un po’ il capo, poi versa lacrime, condividendo – col proprio lutto – il lutto cui non appartiene. La prendono durante un controllo su un autobus, la portano di peso al centro Piqué dove la consumeranno nell’ombra fino a farla scomparire del tutto. Occorre forza, superato il groppo dato dalle pagine, per ricordarsi di un particolare: Éster Terracina non esiste.

Con lei, infatti, Davide Orecchio fa letteratura quanto fa letteratura con Eschilo Licursi, Valentin Rakar, Pietro Migliorisi, Kauder e Betta Rauch, cui dobbiamo la frase che segue: “Spesso mi dici che sono un rudere con un tono che mi fa impressione. Io spero di no. Certo, sono una città distrutta. Se Dio vuole, la storia è fatta di città distrutte e poi ricostruite”.

Parole che appartengono in realtà ad Oretta Bongarzoni e che – al pari dell’immagine di copertina – danno il senso profondo del volume di Orecchio, che pone un gesto dov’era un gesto, una frase dov’era una frase, un tremore dov’era un tremore. È così che la vita torna dov’era la vita.

È così per Oretta Bongarzoni ed è così per Nicola Crapsi, Andrea Tarkovskij, Alfredo Orecchio, Wilhelm von Humboldt e l’insieme senza nome delle donne sbiadite in Argentina. Sono loro le città distrutte ma, “se Dio vuole, la storia è fatta di città distrutte e poi ricostruite”. Con un gesto dov’era un gesto, una frase dov’era una frase, un tremore dov’era un tremore. Con la vita dov’era la vita.

In basso le macerie, la polvere, la stasi. In alto, qualcosa di simile ad una mongolfiera: destinata lontana, quanto lontana può soltanto la letteratura quando inizia il suo volo.

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Il Giornale, 21 dicembre 2012

Sotto l’albero mettete questi titoli

MASSIMO ONOFRI (Altri italiani. Saggi sul Novecento, Gaffi) «Regalerò Vita e morte di un ingegnere (Mondadori) di Edoardo Albinati perché è il più bello che ho letto negli ultimi mesi e dimostra che i libri di narrativa oggi più suggestivi sono quelli spuri e anomali. Regalerò anche Città distrutte di Davide Orecchio (Gaffi), il libro più innovativo e sorprendente di narrativa dell’anno: biografie apocrife, per così dire, tra realtà e immaginazione del vero».

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Un’intervista a Radio1, 6 dicembre 2012

A partire dal minuto 47:45.

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TerraNullius, 5 dicembre 2012

Luciano Funetta, Davide Orecchio “Città distrutte”

«Gli antichi greci avevano un’usanza ammirevole: per coloro che morivano bruciati, inghiottiti dal cratere del vulcano, sepolti sotto una colata lavica, per chi veniva sbranato da bestie feroci o divorato dai pescecani, o le cui membra finivano sparpagliate nei deserti, in patria venivano eretti i cosiddetti «cenotafi», tombe vuote, perché il corpo è fuoco, acqua o terra, mentre l’anima è l’Alfa e l’Omega, a essa va eretto un santuario».

(Danilo Kiš, Una tomba per Boris Davidovič, Adelphi 2005)

Piazza Brin

A Roma sono il mezzogiorno e la polvere. Seduto su una panchina di piazza Brin leggo queste parole: «Quello che è successo è che morì atrocemente. Scoprirono il suo inganno, si vendicarono». Chiudo il libro, guardo l’orologio, penso che ho ancora venti minuti. Raccolgo le due cose che porto inutilmente con me e attraverso l’ombra dell’arco che dalla piazza conduce alla zona più silenziosa di Garbatella. Dopo un po’ mi fermo per fumare e studiare le facciate delle case, intonaci ocra, persiane verdi, fiori rossi, cortili nascosti, odore di sugo. Per quanto mi sforzi, riesco a pensare a quattro cose soltanto: vivo a Roma da un mese, non ho un lavoro, sono innamorato e ho appena finito di leggere un racconto perfetto. Il racconto in questione è Éster Terracina (1951-1976) di Davide Orecchio.

Il libro che riapro poco dopo al tavolino di un bar è Città Distrutte.

Linea metropolitana B – Sottosuolo

Città distrutte è una raccolta di sei biografie “infedeli”, sei vite raccontate in maniera magistrale, con il senso della grazia e della mistificazione, ovvero con il senso dell’orrore e del valore del documento storico. Figlio di Schwob, Borges e Boris Davidovič, Orecchio intreccia la poesia e la Storia. Conosce il valore del particolare. I documenti citati, le date, i nomi, le fotografie costituiscono i puntelli della narrazione, non le fondamenta. L’autore mescola le carte, inventa, sovrappone, uccide senza pietà, dipinge come un fiammingo, compone sei ritratti di bellezza e valore letterario elevatissimi, sei ritratti di uomini e donne del Novecento, uomini e donne che del secolo hanno visto l’orrore, lo hanno subito, a volte lo hanno incarnato. Davide Orecchio dimostra di conoscere l’arte della biografia, ovvero sa mentire spudoratamente e sa convincerci, sa dimostrare l’indimostrabile. Come disse una volta Sebastian Montano, poeta corso: «Lo scrittore di vite immaginarie affumica il vetro della finestra con una candela di sego, perché chi spia dalla notte possa fantasticare sulle sagome che intuisce all’interno della stanza».

Via degli Zingari

Che fine per queste mie parole sudate? Che fine per queste mie parole incatenate con fatica? Che fine per queste mie parole mentite?

Ho mentito, signori. Eppure questa è la verità.

Le rovine di Mitla

L’impressione, leggendo il libro di Orecchio, è quella di trovarsi al cospetto di rovine desolate, rovine che sono tombe vuote e bruciate dal sole o sbriciolate dal vento, rovine magnifiche. Ogni vita è una città distrutta dal passaggio degli eserciti. Ogni vita è una città segnata dalla fuga dei suoi abitanti. In questo modo le esistenze di Éster Terracina, Eschilo Licursi, Valentin Rakar, Pietro Migliorisi, Betta Rauch e del diplomatico prussiano Kauder, opportunamente false, nel senso di falsificate, vengono ricostruite come l’occhio e l’immaginazione ricostruiscono le rovine di Tebe, di Agrigento o di Mitla, in Messico. Proprio ammirando le rovine di Mitla nel 1946, Malcolm Lowry, credendosi salvo, annota: «Il passato, che ad alcuni doveva sembrare triste e disperato come una povera città devastata, a lui sembrava una somma di eccitamenti maledetti». Altrove, in un altro tempo, un altro uomo di nome Ananda Sunya scrive: «La città era bella come il paradiso e rumorosa come la morte».

Piazza Conca d’Oro

«I sepolcri non sono i corpi che contengono.

I ricordi non sono gli uomini che evocano.

Gli specchi. Anche loro falsificano.

Il biografo è sepolcro, memoria e specchio.»

(Ladislav Vilmos, Budapest, 1963)

Periferia romana – Secondo piano

Non mi capitava di piangere a causa di un libro da troppo tempo. L’ultima volta era stata per il romanzo di un cileno morto. Quel cileno adesso è mio fratello maggiore. Dall’incontro con il cileno sono passati quattro anni. Quando ho pianto per Città distrutte non c’era nessuno a guardarmi. Per questo ho potuto. Se mio fratello cileno fosse ancora vivo si nasconderebbe sotto una barca capovolta e piangerebbe anche lui per lo stesso motivo. Se mio fratello cileno fosse vivo scriverebbe di Città Distrutte su un giornale di Girona, senza pensarci due volte. Nel buio della barca rovesciata entrambi pensiamo che la letteratura non ha perso, che con il suo esercito male equipaggiato, malato, arrogante, triste, la letteratura avanza. Su un terreno congelato lungo la linea infinita della trincea, la letteratura prosegue, entra nelle città cinte d’assedio, conta i morti, veglia su quello che resta, perché quello che resta è immenso. Quello che resta è una medaglia incisa da un giovane maestro.

Breve intervista a Davide Orecchio

LF: In un’intervista del 1986 Danilo Kiš disse che la materia dell’immaginazione, per essere credibile, deve avere la forza del documento. E’ questo il motivo per cui si scrivono “vite”?

DO: Probabilmente sì. La questione della credibilità in effetti è narrativa, non storiografica. Nella forza del documento (vero o inventato), nella sua voce che parla con l’autorità (vera o presunta) delle virgolette agisce una scommessa in forma di domanda (che l’autore si pone): “Riuscirò a sabotare l’incredulità del lettore? Riuscirò a convincerlo?”. La voce del documento diventa una terza persona potenziata, autorevole, affidabile. Sostituisce la voce consentita al romanziere (narratore con i superpoteri della fabula) e permette al biografo (narratore senza superpoteri) di farsi leggere esponendo una vita.

LF: La disputa tra storici e narratori è antica. Il biografo, a mio parere, sceglie di collocarsi al centro del campo di battaglia, in mezzo al fuoco incrociato. Tu come la vedi?

DO: Rispondo citando una storica e biografa spagnola, Isabel Burdiel, secondo la quale la biografia è «un genere che esercita un fascino particolare per coloro che iniziano a sentire che la vita si fa seria, e che abbiamo bisogno di ordine e di consolazione in mezzo al rumore e alla furia di una vita che galoppa e ci sfugge». Lo storico in genere si pone il compito di risolvere problemi, individuare processi, riconoscere cause negli effetti, spiegare il presente. Il narratore – la dico un po’ semplice – “racconta storie” e può usare la storia come repertorio. La biografia è una forma di risposta al bisogno di orientarsi nel tempo umano, soprattutto nel passato; alla necessità di dare senso al proprio vissuto attraverso la lettura delle vite altrui. La biografia è terapeutica. Ci aiuta a trovare la nostra collocazione nell’orizzonte dell’umanità.

LF: Perché l’immagine della “città distrutta”?

DO: È una citazione e un omaggio a mia madre, alla cui vita la biografia di Betta Rauch è ispirata. “Sono una città distrutta” è una frase che trovai su un manoscritto di mia madre poco dopo la sua morte. È anche un’immagine perfetta per qualsiasi biografia, destinata umanamente e biologicamente alla distruzione.

LF: Città distrutte è un libro importante perché aspira a restare. Personalmente ritengo che questo sia un requisito fondamentale. Quando lo scrittore carcerato Nicola Sczepanski apprese che il suo editore aveva scelto di ritirare i suoi romanzi dal mercato, ne fu felice. «Circoleranno in un altro modo. Quello dei miei libri sarà un culto segreto», disse a un giornalista che lo intervistò all’Asinara, e così fu. Scrivere ha a che fare con la sopravvivenza?

DO: Purtroppo sì. Ma in realtà è un’illusione. Salvo rare eccezioni, l’opera sopravvive per poco al suo autore. Viaggia nella società fino a un certo punto, come diceva Bolaño, grazie alla critica e ai lettori. Ma poi si ferma e sparisce. Anche l’opera è destinata a morire, come il suo autore. Nella risposta di Sczepanski, poi, vedo un aspetto romantico, una forma di esoterismo autoimposto che è anche uno scudo, un modo di difendersi. O almeno così mi pare.

LF: Ladislav Vilmos, ungherese misconosciuto e recentemente assassinato in Italia, scriveva che la biografia è la forma narrativa che in assoluto permette a ciò che viene raccontato di sopravvivere e ipotizzava la creazione di un archivio che raccogliesse tutte le biografie fittizie comparse dal medioevo a oggi. Secondo Vilmos l’archivio doveva essere collocato sottoterra, in Islanda, in Scozia o nel Donegal. Per il ruolo di bibliotecario propose il bibliotecario per eccellenza, ovvero Borges. Mettiamo che l’archivio esista. Dato che Borges e Vilmos sono morti, chi indicheresti per quel compito?

DO: Immagino che Vilmos conoscesse l’Enciclopedia dei morti di Danilo Kiš, una collezione di vite conservata, secondo lo scrittore jugoslavo, nella biblioteca di Stoccolma (se non ricordo male). A me il Donegal sembra il posto perfetto. Custodirei l’archivio in una casa affacciata sull’Atlantico, se possibile dinanzi a Tory Island. E l’affiderei a un giovane che avesse tutta la vita davanti, ma che dimostrasse anche una forma di responsabilità temperata verso l’archivio: qualcosa da tutelare senza idolatria, senza fede, senza immolarsi, ma vivendo.

Il Sole 24 Ore Domenica, 2 dicembre 2012

Supermondello 2012, I lettori forti hanno Orecchio

sole24

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Corriere della sera, Repubblica, La Stampa TTL, Giornale di Sicilia, 1 dicembre 2012

Gli articoli sul SuperMondello

Corriere Sera Orecchio Supermondello-1Giornale di Sicilia Orecchio SuperMondello-1Repubblica Orecchio Supermondello-1Repubblica OreLa_Stampa-1

L’Avvenire, 15 novembre 2012

La segnalazione del Premio Volponi

Il Corriere dell’Umbria, 25 ottobre 2012

Una segnalazione di Giovanni Dozzini

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Sul Romanzo, 23 ottobre 2012

Domenico Calcaterra, “Città distrutte. Sei biografie infedeli” di Davide Orecchio

Appare ormai chiaro come i narratori italiani abbiano ancora qualcosa da dire quando, liberi dai legacci di uno sperimentalismo che, nelle migliori delle ipotesi, diviene sinonimo di mera esasperazione linguistica o giovanilismo a buon mercato, riescono a svicolare da schemi logori e corrivi.

Così è per Città distrutte dell’esordiente Davide Orecchio (Gaffi, 2012), uno dei libri senz’altro più importanti e singolari di questa stagione, insieme a Qualcosa di scritto di Emanuele Trevi. Due “romanzi” nel segno dell’ibridazione delle forme. Che, se Trevi compie l’operazione di appaiare critica letteraria e racconto, ripartendo dall’autobiografia intellettuale come prova d’immaginazione e di stile, Orecchio non è da meno, quando si appresta a rinnegare il romanzo-romanzo, scegliendo la via delle “biografie infedeli”, per farlo poi rientrare dalla finestra. Mi spiego meglio.

I sei tasselli, muovendosi dichiaratamente sul terreno manzoniano della verosimiglianza, scritti nello «stile del resoconto», letti insieme, ambiscono a presentarsi (in profonda e interna coerenza) come i frammenti di un romanzo esploso, centrifugo, il cui disegno originario non è però difficile rintracciare in filigrana: è ancora il romanzo della violenza della storia e del naufragio esistenziale. E che si tratti di un affresco complessivo, di agevole ricomposizione , per il lettore, lo dimostra il fatto che ciascuna biografia costituisca la proiezione di una cruciale tematica: l’espropriazione crudele dei regimi, l’indomito desiderio di libertà e l’esilio (Ester Terracina, Un esilio), la passione politica (Eschilo Licursi), il marasma esistenziale che diviene fotografia dell’infezione che ha afflitto (e continua ad affliggere) un’intera nazione (Pietro Migliorisi), il prisma febbrile e insieme opacissimo della partita della vita che «va a rotoli» (Betta Rauch, Kauderer a Roma). La topografia apparecchiata con queste «città distrutte» si riaggrega, coagulandosi, sull’asse della storia; per cui a interessare (nonostante l’esibizione, per ciascun resoconto, della parte documentale e il disvelamento di chi ne ha ispirato il ritratto), infine, non sono più né gli originali né le loro controfigure, ma i prototipi, i nuclei di vita, di verità cui mirano le sei storie così composte.

Orecchio è mosso dal preciso intento di scrutare e scavare laddove l’onnipotenza della storia produce l’inesorabile trauma, frequentandone le aridissime regioni, poiché «il trauma è fertile, vorace, duraturo, virale. Capita che si trasmetta di padre in figlio. Può diventare cultura».

Detto questo, rischieremmo di mancare l’incontro offerto da un libro quanto mai necessario ed importante, qualora si omettesse la dovuta precisazione che la scrittura di Orecchio – arsa, arcigna, contratta ad arte – s’accampa qui, rispetto al trauma, come esperienza sì conoscitiva ma anche e soprattutto terapeutica. Poiché la letteratura, almeno quando è autentica, si impone come linea di rottura, scavo nell’originaria ferita e insieme balsamo, temerario passaggio al limite; luogo dove, alla fine, se lo strappo non si ricuce, almeno se ne riesce a intravedere, meglio, il senso.

Così è nell’attraversare questi millimetrati e chirurgici retabli di vita, romanzo non-romanzo di straordinaria tenuta, fulminante occasione di esorcizzare il fondo oscuro dei nostri deliri e dei nostri incubi, privati e collettivi. Sembra quasi che Davide Orecchio voglia suggerirci come l’aggirarsi entro un paesaggio di rovine umane e storiche, possa in qualche modo ridestare l’utopia d’un nuovo tempo di edificare, poiché, se Dio vuole, come annota Betta Rauch, la storia «è fatta [anche] di città distrutte e poi ricostruite».

Internazionale, 968, settembre/ottobre 2012

I consigli della redazione

Club Dante, 26 settembre 2012

Lorenzo Mari, Esordire tra città e personaggi

Dopo aver letto “Città distrutte – Sei biografie infedeli”, sono tormentato da un crescente senso di certezza, che in sé vuol dir poco, e tuttavia riassume quanto posso dire di questo libro: non si può parlare di Davide Orecchio nei termini di un “esordiente già maturo”. Sarebbe un torto al testo, in primo luogo; un adeguamento al linguaggio biforcuto della critica letteraria, autentica o pseudo-critica che sia; uno smottamento negli inferi del parlare per sottintesi, e tra le righe, che cerca di blandire, mentre pugnala nella schiena. Un parlare tipico di chi già aspetta al varco il secondo testo, che non potrà essere come il presente, né ricalcarne lo stile – ma il critico di oggi, in fondo, ha ben poche aspettative! – per censurare, infine, un esordio promettente, “che si è già perso”.
Le citazioni d’onore – i premi prestigiosi vinti da “Città distrutte”, le ottime recensioni ricevute – allora non valgono, per il momento. Piuttosto, cercherò di parlare dei personaggi-città di Orecchio, che riempiono la scena progressivamente, diventando spettrali compagni di viaggio – a volte specchi, a volte frammenti di specchio che riflettono altri specchi, e poi altri specchi, e poi altri ancora… Fino a restare schegge opache di vetro, che nella carne, nella carne di chi legge, hanno il potere di far male, infettare, o semplicemente richiamare alla vita tessuti morti – che non è poco.

Sono personaggi che si articolano, più che altro, tramite citazioni di libri introvabili o perduti, espandendo il testo in mille riferimenti intertestuali che, sospesi sempre tra verosimiglianza e incredulità, comunque hanno l’effetto di soffocare la narrazione biografica alla quale sono di volta in volta chiamati, riducendola in brandelli, in pezzettini, ed esponendola come su un tavolo anatomico del Seicento. O come nella retina del poeta che osserva il campo pieno di macerie. Perché di poesia sono piene le ‘città distrutte’ di Orecchio. Personaggi poeti o aspiranti tali, tormentati o graziati, in modo sempre ambivalente, dalla poesia. Splendide e terribili le pagine dedicate al poeta proto-fascista Pietro Migliorisi (1915-2001), per esempio. Meno spettacolari altri inserti poetici, che flirtano con il poetese d’antan.

Ma tant’é. Orecchio è narratore che s’interessa alla questione poetica, vivendola e facendola vivere ai suoi personaggi. Riportare al centro della narrazione la poesia, non in quanto celebrazione estetica dell’esistente, ma come questione sul genere che è già di per sé sui generis, è un’operazione ardua e che Orecchio compie piuttosto bene, nonostante qualche sbavatura, qualche caduta in tono minore.
Ricade spesso, il narratore, anche su un altro punto, ovvero su uno stile frammentato e avvolgente, temporalmente sconnesso e poi ri-connesso implicitamente, che rischia di contagiare, riempiendo di virgole, anche questa recensione. La ricostruzione delle città distrutte, nella narrazione, è sempre dietro l’angolo – secondo l’eterna tentazione di riportare all’ordine: quando Orecchio non vi ottempera, proponendo svolte e deviazioni della narrazione, ottiene di affascinare; quando vi cade, sembra di leggere il monologo teatrale di una buona voce narrante come quella di Marco Paolini, ma niente più.

Lo charme – è questo il punto, per un esordiente, che non è “già maturo”, e forse non è neanche “esordiente”, ma è sempre stato lì, con noi – non si fa mai marchetta. C’è solo un testo che si vorrebbe far leggere a voce alta: a volte, l’urgenza di dire sovrasta il dire per vie impensate, anche senza dare di pancia. Perché anche della pancia, o dell’io, si può parlare. L’io narrante fa capolino tra una citazione e l’altra, lasciando emergere una soggettività sincera (secondo il dogma della New Sincerity americana, ormai fattosi mainstream anche in Italia – e non è una cattiva notizia) ma che si lascia sommergere da altre parole. Altre macerie. Altre corpi. Altri specchi. Altre città. È un invito che passa dal narratore al lettore, continuamente. Come nel miglior esercizio scrittorio: Orecchio ha impostato l’esercizio e continuamente lo trascende. Invita il lettore a fare altrettanto, ed è come se lo facesse da sempre. Così, né più né meno, interrogano le macerie.

La Domenica de Il Sole 24 Ore, 2 settembre 2012

Michele De Mieri, Piccoli compendi di sconfitte

Un libro per niente usuale, poco parificato alle vigenti regole editoriali delle collane di narrativa, s’aggira quasi clandestino nelle librerie italiane, dopo aver atteso tre anni per trovare un editore. Arriva da un esordiente ultraquarantenne, uno storico di formazione che cesella «Sei biografie infedeli»: così recita il sottotitolo di Città distrutte, il libro – da leggere – scritto da Davide Orecchio per l`editore Gaffi e finalista al Mondello. È un genere ibrido quello che ha scelto Orecchio per queste sei storie, un riuscito intarsio di diari, biografie, foto e invenzione narrativa. Un calco di vite reali che diventa un tutt’uno sommandosi a quello di vite immaginate, in cinque casi su sei un reticolo di storie che si dipana nelle tragedie del secolo breve, un incontro tra le minute esigenze degli individui e l’avanzare impietoso di ideologie e Stati autoritari.

Ester Terracina, ragazza argentina d’origine italiana inabissata dentro la lista infinita dei desaparecidos; Eschilo Licursi, sindacalista molisano in lotta per la dignità dei contadini della sua terra che viene poi dimenticato dal suo partito; Valentin Rakar, regista sovietico esiliato a Roma dove vaneggia un impossibile ritorno alla sua terra e alla sua famiglia; Pietro Migliorisi, prima poeta littoriano poi giornalista, prima fascista entusiasta poi comunista, sempre entusiasta, infine montaliano per sempre; Retta Rauch, scrittrice e poeta che mai pubblicò un rigo, donna infelice in un’epoca di liberazione dei costumi; infine Kauder, diplomatico prussiano nella Roma d’inizio Ottocento, innamorato della decadenza capitolina più d’ogni altra cosa. Dietro, dentro questi personaggi s’insinuano frammenti d’esistenze reali, uomini e donne piegati dalla Storia; lettere, versi, riflessioni dove, prima di tutto, si fa esperienza della sconfitta, del dolore. È abile l’autore a seminare parole che cambiano di bocca ma che restituiscono un senso reale a una vita inventata, sorveglia il suo tragitto durante ognuno dei racconti, ci mette a parte del corpo a corpo spirituale che ognuna di queste esistenze generano in lui.

Con le carte dell`archivio coniugate all’invenzione, Orecchio fa migrare tratti e pensieri di Andrej Tarkovskij in Valentin Rakar, il pensiero e l’opera di Wilhelm von Humboldt nella vita di Kauder, e ancor meglio gli riesce l’operazione nelle altre quattro biografie manipolate, dove memorie di famiglia e pratica da bravo storico compiono un piccolo prodigio narrativo, sostenuto da una lingua sempre elaborata che a scarti improvvisi ci porta sull`abisso di cui hanno fatto esperienza le tipologie umane che Città distrutte ben illumina. Da germanista Orecchio sa che i suoi ritratti sono prossimi a quelli di Gli emigrati di W.G. Sebald, senza sfigurare.

L’ALLEGATO

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Repubblica, 31 luglio 2012

Zerilli-Marimò, italiani negli Usa

Sono stati scelti i candidati al premio “Zerilli-Marimò City of Rome 2012”, che dal 1998 valorizza la letteratura italiana in America grazie alla collaborazione tra le istituzioni culturali di New York e la Casa delle Letterature di Roma. In corsa Marta Baiocchi (Cento micron, minimum fax); Chiara Gamberale (Le luci nelle case degli altri, Mondadori); Nicola Gardini (Le parole perdute di Amelia Lynd, Feltrinelli); Simone Lenzi (La generazione, Dalai); Marco Malvaldi (La carta più alta, Sellerio); Marco Missiroli (Il senso dell’elefante, Guanda); Davide Orecchio (Città distrutte, Gaffi); Walter Siti (Resistere non serve a niente, Rizzoli); Paola Soriga (Dove finisce Roma, Einaudi) e Pierpaolo Vettori (Le sorelle Soffici, Elliot). La cerimonia di premiazione si svolgerà a novembre a New York.

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L’Espresso, 26 luglio 2012

Il consiglio del libraio Rino De Martino (Libreria Treves, Napoli)

Il libro raccoglie “sei biografie infedeli”, coniugando ambientazioni e fatti veri con squarci di immaginazione. Le vite narrate si ambientano quasi tutte nel Novecento. Paradossalmente, la fantasia dell`autore valorizza i dati storici, creando dei personaggi ancora più veri del reale. Uno scrittore di talento, pubblicato da una piccola casa editrice. Dopo aver conquistato i giurati del Premio Mondello, il libro potrebbe raggiungere un ampio pubblico di lettori.

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La Sicilia, 18 luglio 2012

Giuseppe Giglio, L’immaginazione che rende giustizia al vero

«Leggere una pagina di Cechov è come mettere l’occhio su un vetro nitidissimo e guardare sotto scorrere la vita», diceva la Ortese. E si vede proprio scorrere la vita, a posare l’occhio sulle pagine di Città ditrutte. Sei biografie infedeli (Gaffi), dell’esordiente Davide Orecchio. Racconti infedeli, come recita il sottotitolo: perché Orecchio, narratore con solide basi storiche, ha compiuto un felice tradimento sugli eterogenei materiali d’archivio compulsati. Si è cioè mosso tra documenti e immaginazione, i documenti aiutando a rendere probante l’immaginazione, per dirla con Sciascia. Sotto la lente della letteratura, ovvero di una finzione che smaschera finzioni: per mostrare la vita vera, vissuta. E Orecchio prova a raccontare l’uomo inventando, costruendo biografie (vengono facilmente in mente Lazzarillo de Tormes, Borges, Bolaño). Nel segno del debenedettiano personaggio-uomo: quello che a ciascuno di noi sempre può somigliare. E che il narratore restituisce con un’azzeccata metafora, la città distrutta: «Certo, sono una città distrutta. Se Dio vuole, la storia è fatta di città distrutte e poi ricostruite», confessa la poetessa Betta Rauch (che scrive tutta la vita, senza pubblicare nulla), uno dei personaggi che animano il vividissimo teatro della memoria di Orecchio. Il quale pone i propri personaggi, le loro vite, davanti alla Storia. Ed essi ne escono sconfitti, devastati, inadeguati, irrisolti. Così accade con la desaparecida Éster Terracina, che muore sotto le torture, sostituendosi ad un’altra ragazza che le somigliava molto, e che aveva un figlio da crescere. O con il giornalista Pietro Migliorisi, personaggio squisitamente brancatiano, che sconta tutte le illusioni: «La povertà lo mise al mondo. Mussolini lo inghiottì. Bottai lo deglutì. Badoglio lo rigettò. Togliatti lo prese masticato e lo rimasticò. Stalin lo digerì. Gorbaciov l’ha evacuato». E che dire del regista sovietico Rakar (che ha molti tratti di Tarkovskij), che vive quattro anni d’esilio a Roma, senza riuscire a realizzare quel film che sterili burocrati di partito gli impedirono a Mosca? O di un diplomatico tedesco (dietro cui giganteggia Wilhelm Von Humboldt) presso la Santa Sede, al tempo di Napoleone, che avrebbe voluto scrivere di poesia e di antropologia, e che ama perdersi tra le rovine della città antica, lui che è «spaesato nelle strade che ha dentro»? E a proposito di Napoleone: se è vero che la Storia poco o nulla ci dice dell’uomo di Waterloo, delle sue inquietudini, dei suoi errori, del suo difficile vivere quotidiano, quell’uomo magistralmente ce lo racconta Stendhal, in quell’indimenticabile affresco che è La certosa di Parma. Orecchio si fa «pittore di parole», e dipinge le sue città distrutte: con certi giochi di luce che danno corpo ad una sorta di autobiografia del Novecento, comprese tutte le brutture. Con una prosa agile e potente, domestica e regale, in cui narrazione e saggismo rivelano una sorprendente maturità: quella di uno scrittore che ha ancora molto da dire.

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Internazionale, 13/19 luglio 2012

Frederika Randall, Città distrutte

L’esordio di Davide Orecchio ricorda il grande W.G. Sebald nei suoi Gli anelli di Saturno e Gli emigrati. Composto da sei vite parallele in tempi e luoghi diversi, Città distrutte punta sul lato malinconico della storia: la giovane donna vittima della tortura sotto i colonnelli di Buenos Aires che offre la libertà a un’altra; il contadino molisano militante che si isola dal mondo quando muore la moglie; il regista sovietico alla Tarkovskij esiliato nell’ovest; il giornalista messinese prima fascista, poi gappista, poi amante della poesia; la giovane poeta di vita breve che si definisce “una città distrutta”; una versione di Wilhelm von Humboldt diplomatico prussiano a Roma nel primo ottocento.

Coraggio, ambizione, solitudine, figli amati e persi, matrimoni spezzati. Sotto queste vite – dure, intense e a volte un po’ misteriose – la Storia fa i suoi movimenti tellurici. La dittatura argentina, il movimento operaio, lo stalinismo, il socialismo e il comunismo in Italia negli anni del fascismo e durante la guerra fredda, il fascismo stesso, le guerre napoleoniche. Basandosi in parte su documenti storici, l’autore, lui stesso uno storico, approfitta della precisione e della concretezza del suo mestiere per inventare storie necessarie e commoventi.

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Conquiste del lavoro, 14/15 luglio 2012

Andrea Carraro, La violenza della storia

Città distrutte, è il romanzo d’esordio di Davide Orecchio: i suoi personaggi appaiono tutti segnati da una ferita insanabile

“Città distrutte – Sei biografie infedeli” (Gaffi) di Davide Orecchio è davvero l’esordio-rivelazione dell’anno e lo dimostrano le bellissime recensioni che ha avuto (Giglioli, Marchesini, Guglielmi ecc.) e i premi che ha vinto (a tutt’oggi Mondello, Napoli, Volponi). E’ un libro importante e necessario perché ha una lingua pulitissima, priva di smagliature, severa, a suo modo già classica. E’ necessario perché Orecchio con questo libro ha inventato un genere, e scusate se è poco, “la biografia inventata”, la “biografia contraffatta” potremmo dire anche e non saremo ugualmente lontani dalla verità. La confezione della biografia permette all’autore di calibrare le distanze con l’oggetto della sua rappresentazione nel modo che gli è più congeniale di storico più che di giornalista.

Devo dire che io fra tutte le 6 biografie infedeli di Orecchio prediligo quella ricalcata sulla vita di Tarkovskij con il suo malinconico finale in Italia e le immagini potenti direi fiammeggianti, cariche di pathos e di violenza anche compressa, della Russia stalinista e poststalinista. Ma anche il ritratto della donna sotto la dittatura argentina, Ester Terracina, ci sembra degna di restare nella memoria, con la lotta politica, la clandestinità, le umiliazioni del carcere, la tortura. E anche il racconto casto e intenso della poetessa che non pubblicherà mai una poesia, Betta Rauch, che è poi la mamma dello scrittore, autrice di splendidi versi.

Le storie di Orecchio appaiono subito leggendarie, e in quelle meglio riuscite la biografia eternizza il personaggio e lo rende “mitico” cioè in qualche modo “immortale”. “Città distrutte” è anche a ben vedere un perfetto risultato della postmodernità in quel suo disegnare-ricalcare-reinterpretare il genere e metterlo a reagire con la Storia, quella con la s maiuscola. Va detto che il libro di Orecchio non nasce per caso nel catalogo della Gaffi, un piccolo editore romano interessato fin dalla sua nascita alla saggistica e alle forme ibride tra saggio e romanzo, tra romanzo e reportage ecc. Del resto come non considerare il “saggio” una parte importante e anzi decisiva ormai nella storia del Romanzo, dai Moderni in poi!? “In tempi in cui si convive con un forte senso d`irrealtà, – ha scritto impeccabilmente Matteo Marchesini a proposito di questo libro – la letteratura si traveste da documento, e la storia s`interroga sul suo sostrato letterario. Dall’osmosi tra i due campi nascono reportage romanzati, montaggi di vecchie cronache, o magari parodie della storiografia classica, il cui stile secco e solenne viene impiegato, come in un libro di Giuseppe Pontiggia, per descrivere “Vite di uomini non illustri””. Voglio ricordare ancora che questo è un esordio, un’opera prima, ma non lo sembra affatto per lo stile già incredibilmente maturo dell’autore, per la straordinaria misura della sua scrittura. Una lingua precisa e limpida, quella di Orecchio, che sa piegarsi talvolta anche al lirismo ma senza mai “sbrodolarsi” per così dire. Lo sfondo su cui Orecchio indaga e lavora è la storia tragica del Novecento: fascismo, comunismo, campagna d’Etiopia, resistenza, guerra fredda, dittature sudamericane.

Ricapitolando. Una ragazza argentina che si sacrifica per la sua compagna di cella. Un ex bracciante molisano che insegue un sogno di riscatto che lo porterà allo scranno del parlamento. Un giornalista siciliano che attraversa il fascismo e si iscrive al Pci. Un regista sovietico (cui sono attribuiti molti tratti di Tarkovskij come si è già detto) che vive quattro anni di esilio a Roma dove non riesce a realizzare il suo film che i burocrati comunisti non gli hanno permesso di fare in patria. La nostalgia pervade questa storia e questo personaggio, nostalgia per la sua patria, l’Unione Sovietica, per la sua famiglia. E poi rabbia: per la stupidità del regime che promuove solo la retorica del realismo sovietico. Ma infine tutti i personaggi di Orecchio appaiono segnati dalla violenza della Storia e da una ferita insanabile.

ALLEGATO

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Il Mucchio, luglio 2012

Annarita Briganti, Città distrutte

I premi servono a mettere in circolazione nuovi scrittori. Davide Orecchio, esordiente con la raccolta di racconti Città distrutte (Gaffi), vince a sorpresa la 38esima edizione del Mondello. A Palermo, a fine novembre, si contenderà il SuperMondello con gli altri due vincitori, Paolo Di Paolo e Edoardo Albinati.

Orecchio (classe 1969) ci ha messo tre anni per pubblicare queste sei “biografie infedeli”: un regista sovietico in esilio, una desaparecida argentina, un`intellettuale romana solitaria, un giornalista siciliano tra fascismo e comunismo, un bracciante molisano e un diplomatico tedesco, che ha fondato l’università di Berlino. Percorsi esistenziali in luoghi e tempi diversi accomunati da una città distrutta dal potere. Vite di personaggi realmente esistiti mescolate a fiction e autobiografia. Le parole sgomitano per spaccare la pagina, ci sarebbe materiale per altrettanti romanzi.

ALLEGATO

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Televideo, luglio 2012

Una segnalazione

Tra realtà e finzione. Genealogie di biografie. Documentazioni esibite, ma sempre sull’orlo del probabile e dell’invenzione. Il fascino della consistenza della scrittura sul vuoto della letteratura. Sei vite, che non vogliono dimostrare alcunché, se non la loro provvisorietà smarrita e impotente. Una poetessa che non pubblica nulla, un bracciante che diventa deputato, un regista sovietico che non riesce a fare un film, un giornalista siciliano dal fascismo al PCI, una desaparecida argentina, la disperazione di un diplomatico tedesco.

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Repubblica.it, Napoli, 18 giugno 2012

Premio Napoli 2012, ecco le novità. Traduzioni e libri per tutte le età

Una cinquantottesima edizione ricca di novità: traduzione, ibridi letterari, Libri per bambini e ragazzi. Sono queste le tre nuove sezioni del Premio Napoli 2012, al via il 10 luglio. La tradizionale manifestazione partenopea cambia formula: dodici libri finalisti divisi in sei sezioni: Narrativa, Saggistica, Poesia, Traduzione, Ibridi letterari, Libri per bambini e ragazzi. Una coppia di opere per sezione, selezionate da una giuria tecnica composta da tre membri. Le opere saranno poi votate da una giuria popolare e connessa alla rete delle biblioteche municipali.

La presentazione del rinnovato festival della letteratura è stata l’occasione per conoscere i nomi dei finalisti nella sezione narrativa: Vincenzo Latronico, La cospirazione delle colombe; Davide Orecchio, Città distrutte. Le opere sono state selezionate da Filippo La Porta, Paolo Giovannetti e Gianni Maffei. Per la Poesia: Giovanna Bemporad, Esercizi vecchi e nuovi; Jolanda Insana, Turbativa di incanti.

Il primo appuntamento promosso dalla Fondazione si terrà il 10 luglio all’Albergo dei Poveri per il “Forum dei Bisogni” con un incontro con Marco Revelli. “La giuria tecnica – ha detto il Presidente Gabriele Frasca – ha lavorato molto bene e per ogni settore ha scelto opere molto significative, soprattutto alla luce della nuova formula del Premio che tende a mettere in risalto quanto la cultura italiana possa ancora dire qualcosa al e del mondo”.

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Rendiamociconto, 16 giugno 2012

Tarcisio Tarquini, Su “Città distrutte” di Davide Orecchio

Che Davide Orecchio abbia scritto un gran libro e che, perciò, il premio Mondello conferito a Città distrutte (Gaffi editore) sia stato più che giustamente assegnato non sono certo io il primo a dirlo, anche se ci tengo a rivendicare pubblicamente il merito (tutto privato, naturalmente) di aver seguito la gestazione di questi racconti e, per quanto è potuto valere, di aver incoraggiato l’autore di fronte ai dubbi che sempre spuntano a un certo punto della fatica e perciò una rassicurazione può placare l’ansia, il timore di non essere pari alla prova.

Della scrittura di Città distrutte oggi si è letto sui giornali, e ascoltato dalla bocca dei prestigiosi studiosi e scrittori e scrittrici che ne hanno scritto e parlato, che (vado a memoria e se gli aggettivi non sono proprio questi, il senso lo è) è splendida, rozza e raffinata insieme, originalissima, anacronistica eppure nuovissima, e così via. Eppure è proprio questa scrittura che sta alla base della difficoltà che il libro ha incontrato nel trovare una casa editrice disposta a rischiare su di esso. Non è un caso che a riscattare questa vicenda critica dai suoi vistosi errori di supponenza e ottusità sia arrivato, alla fine, in qualità di uno dei tre giurati che hanno deciso l’assegnazione del Premio Mondello, uno scrittore come Emanuele Trevi che molto ha spiegato (nel suo Qualcosa di scritto, con merito finalista del Premio Strega) su come si confezionino i romanzi e i casi letterari nei nostri tempi, dominati dalla dittatura mercantile di editori che trovano nella spregiudicatezza semplificatrice delle loro redazioni i creatori della sola koinè che viene ammessa all’onore della pubblicazione e distribuzione nei circuiti maggiori.

Il libro di Davide Orecchio è stato rifiutato da diverse case editrici di nome, nei cui cataloghi si affollano opere che davanti a Città distrutte possono solo arrossire dalla vergogna: una storia di silenzi, mezze parole, riconoscimenti privati e disconoscimenti pubblici interrotta solo quando, per la battagliera onestà dei critici e scrittori di Nuovi Argomenti e, in particolare, di uno dei direttori Raffaele Manica e, successivamente, dello scrittore Andrea Carraro, il testo dei racconti è arrivato a un piccolo (ma perché?) editore altrettanto coraggioso come Gaffi e finalmente è stato pubblicato, incontrando – dopo un po’ di tempo e per l’autorevole segnalazione di Daniele Giglioli, sul supplemento domenicale del Corriere della Sera, il pubblico e il successo dovuti.

Fare il nome delle case editrici omissive? A che servirebbe? Le vicende editoriali dei grandi libri sono piene di rifiuti come quelli patiti da Davide Orecchio; non capita quasi mai (oggi certamente mai) di trovare un Mondadori che aspetta venti anni il capolavoro di D’Arrigo, consentendo allo scrittore di dedicarsi ad esso senza eccessive preoccupazioni economiche: e del resto non si vorrebbe tanto, ma almeno l’esercizio del dubbio che non fugge di fronte alla complessità della scrittura e cerca di capire quanto essa sia necessaria all’esplosione di quei grumi poetici e affettivi che nei libri di valore si nascondono e condensano.

Città distrutte sono biografie impossibili di personaggi che appartengono alla storia pubblica e, per ansimi diversi, a quella privata dello scrittore. Una di queste biografie, quella di Eschilo Licursi, che parte dalla vita vera di Nicola Crapsi, straordinaria e dimenticata figura (tranne che dai pochi che a Santa Croce di Magliano la onorano ogni anno, il primo maggio) di sindacalista molisano della Cgil e parlamentare comunista per un breve periodo a inizio anni sessanta, l’ho vista nascere come ricerca storica (promossa dall’Ediesse e dalla Cgil regionale, allora guidata da Michele Petraroia), fino a trasformarsi in quello splendido esemplare – che è diventato nelle pagine di Davide – del racconto di un destino e di un senso che si incrociano, oltre la vita, in un personaggio letterario che diventa così più vero di quanto la vita avrebbe potuto renderlo, con la sua parzialità e incompletezza.

La complessità e la ricchezza della trama della scrittura di Orecchio non sono lo sfarzoso sfoggio di un talento coltivato da letture e studi (oltre che dalla padronanza di diverse lingue e letterature) che offrono vie e punti di vista non scontati, preziosi, al suo modo di guardare e perciò di raccontare. Sono lo strumento, o il materiale, necessario per ricostruire, incollandone i pezzi dispersi, le architetture frantumate, le volute crollate, i muri portanti sbriciolati dalla tremenda energia della storia che, per un vincitore (o apparentemente tale) che lascia in piedi, come testimonianza del suo violento trascorrere, annienta tutto il resto: le macerie di quelle tante opere d’arte, disperate e vitali, che sono la vita di ciascuno di noi – di chi è venuto prima e di chi verrà dopo – che uno scrittore può osservare con la pietà che cerca, tra i calcinacci, di ricomporre il quadro distrutto, di decifrare il messaggio ancora pulsante che quella vita – ormai diventata muta – ha voluto emettere per parlare ancora.

PS.

Consiglio a chi legge. Davide Orecchio, direttore di rassegna.it, ha scritto, cinque anni fa, l’introduzione alla riedizione della biografia del Di Vittorio giovane scritta da Felice Chilanti negli anni cinquanta. Fu un’inizativa editoriale di Rassegna Sindacale: la potrete rileggere nella prossima ristampa in e-book dell’opera. Se l’avete persa la prima volta, non perdetela adesso. Sarebbe imperdonabile.

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Versi impressi, Linkiesta, 11 giugno 2012

Clelia Verde, Biografie infedeli

Questo “non salvarsi” di Mario Benedetti, che rimane un imperativo categorico per chiunque voglia vivere o scrivere degnamente, aleggia su Città distrutte di Davide Orecchio, collezione (edita da Gaffi) di «sei biografie infedeli» (personaggi immaginari composti attingendo a fonti di personaggi reali); esordio letterario di uno storico (o, forse, storico esordio di un letterato) appena insignito del premio Mondello. Per l’autore è una delle preferenze letterarie manifestate tra le righe (e l’eroina argentina del folgorante racconto iniziale s’appassiona proprio all’opera di Mario Benedetti). Il non salvarsi del poeta uruguayano è come il principio di una narrativa mai facile, che ama e segue i suoi non/eroi proprio nel momento in cui si rassegnano e si lasciano vivere fino alla morte, macerie umane struggenti e vere. Una narrativa che riesce a illuminare i fatti con la luce mesta e fredda del “è accaduto, riaccadrà” e a presentarceli come se si svolgessero in un ambiente scarno e infausto. Siano essi drammatici, sublimi, banali o ripetitivi, tutti i fatti sono impregnati da questa luce amara. È la scrittura il tutto; è la scrittura a nobilitare il “normale”, a non rendere retorico l’eroismo, a entrare dentro, a scandagliare l’essere umano e a rivoltarlo in tutti i suoi aspetti più intimi e contraddittori. Il collegamento, poi, a fatti e documenti reali, più o meno labile e più o meno veritiero (bello il sistema delle citazioni), sconcerta il lettore, lo proietta in una dimensione metanarrativa che crea dipendenza. Le biografie di Orecchio sono poetiche e questo poeticamente abitare rende i protagonisti lontani da quel fallimento cui le loro vite vanno inesorabilmente incontro. La bellezza delle rovine? Non servire più a nulla, scriveva Fernando Pessoa ne Il libro dell’Inquietudine. Orecchio va oltre: costruisce un giardino inglese sulle rovine vere o finte dei suoi personaggi. Tira via le erbacce, semina, drena, usa i suoi ruderi come sostegno per i rampicanti. Crea rogge dove convogliare il tempo, questa ossessione che vedremo scorrere all’infinito in modo naturale, ora impetuoso ora disperso in mille rivoli. Come uno stato d’animo. Visto dall’alto il libro di Orecchio non è un cumulo di rovine ma un’oasi nel panorama letterario nostrano, dove gli innesti tra reale e immaginario sono tutti andati a buon fine.


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Giornale di Sicilia, 6 giugno 2012

Sofia Catalano, Il «Mondello» ad Albinati, Di Paolo ed Orecchio

Il Premio Mondello è un premio «libero», dinamico, all’insegna della grande letteratura, sottratto a qualsiasi tipo di pressione editoriale. Un premio diverso da tutti gli altri (800!) assegnati in Italia ogni anno. Un occasione di incontro e di dialogo unica che premia la cultura in senso lato, mettendola al primo posto per una visione di sviluppo del Paese più ampia di quella odierna, decisamente penalizzata e non solo dai tagli. Lo si proclama a gran voce nella conferenza stampa di Milano per annunciare i nomi dei vincitori del premio «Opera Italiana». Lo sottolinea Gianni Puglisi, presidente della Fondazione Sicilia che, da quest’anno, guida il comitato esecutivo del Premio insieme al direttore del Salone internazionale del libro Ernesto Ferrero. «Se il premio non avesse questa vitalità, frutto della libertà di alcun vincolo con le case editrici, non si potrebbe lavorare così bene» conferma Emanuele Trevi, che insieme a Massimo Onofri, Domenico Scarpa e Paolo Giordano ha composto la giuria. Ecco dunque i vincitori: Edoardo Albinati con Vita e morte di un ingegnere ( Mondadori), Paolo Di Paolo con Dove eravate tutti (Feltrinelli), Davide Orecchio con Città distrutte (Gaffi). Il catanese Salvatore Silvano Nigro con II principe fulvo (Sellerio) è invece il vincitore del Premio della Critica Letteraria.

Le opere sono state votate all’unanimità dai giurati che hanno avuto parole di elogio per tutti ma sono rimasti stupiti dall`opera di Orecchio, un esordiente di 43 anni, considerato un vero talento, un fuoriclasse dalla scrittura anche se a volte «selvatica o eccessiva». «Rozza e raffinata allo stesso tempo, ma curiosa e dal valore esistenziale prepotente», sancisce Domenico Scarpa. Città distrutte è una raccolta di sei racconti («ognuno vale un romanzo», dice Scarpa) dove l’autore rielabora il genere biografico mescolandolo alla finzione. Nel volume di Albinati Vita e morte di un ingegnere si ricostruisce, con crudele precisione, la vita di un uomo talentuoso attraverso i corridoi del boom economico. «Un`analisi severa di una catastrofe personale che indaga sulla puerilità di un uomo che rimane sempre figlio, in un immobilità che è tipica anche dei nostri giorni», commenta Massimo Onofri. In Dove eravate tutti Paolo Di Paolo rivive e ripercorre un`ostinata «archeologia di se stesso» domandandosi dove erano i padri, soprattutto, nel declino di un Paese, in una città, Berlino, che diventa simbolo di destini incrociati. Il libro di Salvatore Silvano Nigro Il principe fulvo è un saggio su Giuseppe Tomasi di Lampedusa, che vuole essere letto come un racconto, ricco di documenti e aneddoti inediti.

I tre vincitori del Premio Opera Italiana si contenderanno a Palermo, a fine novembre, il Super Mondello, la cui vittoria sarà decretata da una giuria di 240 lettori «qualificati», selezionati da 24 librerie sparse in tutta Italia. L`evento si svolgerà nel restaurato Palazzo Branciforte. In quell`occasione 100 studenti di scuole palermitane assegneranno il Mondello Giovani.

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Repubblica, 6 giugno 2012

Annarita Briganti, Albinati, Di Paolo e Orecchio vincitori del Mondello

Davide Orecchio, esordiente con la raccolta di racconti Città distrutte (Gaffi), vince la 38esima edizione del Premio Mondello. Gli altri vincitori, annunciati ieri a Milano, sono Paolo Di Paolo con il romanzo Dove eravate tutti (Feltrinelli) e Edoardo Albinati con il memoir Vita e morte di un ingegnere (Mondadori). Nomi nuovi e nuove regole volute dagli organizzatori Ernesto Ferrero e Giovanni Puglisi (Fondazione Sicilia). Il SuperMondello, a Palermo a fine novembre, sarà assegnato da una giuria di 240 lettori forti, clienti di una ventina di librerie indipendenti (Arion a Roma, Hoepli a Milano) e megastore (Feltrinelli a Genova, Ubik a Cosenza). Nella stessa serata 100 studenti palermitani nomineranno il vincitore del Mondello Giovani. Emanuele Trevi, Massimo Onofri e Domenico Scarpa, membri della giuria tecnica, hanno scelto i vincitori all`unanimità. «Per la prima volta abbiamo lavorato senza le pressioni degli editori», rivela Trevi. «Basta con la corruzione dei premi».

Orecchio ci ha messo tre anni per pubblicare queste biografie infedeli di personaggi realmente esistiti: il fondatore dell’università di Berlino, un regista russo, una desaparecida argentina. «Talento rozzo e raffinato», lo definisce Scarpa. Gli altri due vincitori segnano il ritorno sulla scena letteraria del padre. Dov’eravate tutti, dov’erano i padri, mentre i ventenni si smarrivano nel ventennio berlusconiano: Di Paolo risolve il conflitto generazionale con la ricerca di maestri e dedica il Mondello a Antonio Tabucchi. L’ingegnere del titolo di Albinati era suo padre. Il Premio Critica letteraria va a Salvatore Silvano Nigro per Il principe fulvo (Sellerio), biografia di Tomasi di Lampedusa. Tutti ricevono 3.500 euro, più 2.500 euro a chi si aggiudicherà il SuperMondello.


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Corriere della Sera / La Lettura, 6 maggio 2012

Paolo Giovannetti, Il podio del critico

Paolo Giovannetti segnala tra i tre migliori libri dell’anno “Città distrutte. Sei biografie infedeli” di Davide Orecchio.

David F. Wallace Il re pallido Einaudi, € 21,00

Davide Orecchio Città distrutte. Sei biografie infedeli Gaffi, € 15,50

Florinda Fusco Thérèse Polìmata, € 32,00


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ChronicaLibri, maggio 2012

Giulio Gasperini, “Città distrutte” e ricostruite, in eterno

La storia è un susseguirsi di eventi, allacciati da rapporti di causa ed effetto. Questa è la prima regola da capire. Poi esistono degli snodi, generalmente dei punti finali, che chiudono un’era e ne principiano un’altra: e spesso, a marcare questi momenti, c’è una città che viene distrutta, rasa al suolo, assediata e magari espugnata. Davide Orecchio parte da questo, possiamo chiamarlo, strano postulato, magistralmente riassunto in un verso di Betta Rauch (“Certo, sono una città distrutta. Se Dio vuole, la storia è fatta di città distrutte e poi ricostruite”), e sbizzarrisce la sua fantasia e la sua vocazione poetica in sei biografie infedeli (come recita il sottotitolo), sei biografie al limite dell’invenzione: “Città distrutte”, edito nel 2012 da Gaffi nella collana Godot, è proprio questo. Un inganno storico, ma un profondo e perforante bisturi umano; una collana di exempla che potrebbero essere anche veri, ma sono piuttosto finti; sempre che non se ne capisca la verità vera più profonda. Inutile negare che l’autore ci prenda in giro; e che, nel far questo, si diverta come un bambino, di gusto. E proprio di un bambino preservi l’innocenza e lo sguardo limpido, puro. Perché la sua presa in giro, il suo inganno, non è né violento né crudele. È l’inganno di chi sa che un dato storico imperfetto, che un albero genealogico un po’ trascurato, un incontro anticipato o posticipato non inficiano i veri rapporti, quelli più profondi, di causa ed effetto, ma le significano magari in maniera più potente o più intensa. Una galleria di sei personaggi, dalla desaparecida Éster Terracina alla poetessa obliata Betta Rauch, dal politico Pietro Migliorisi al regista Valentin Rakar, che attraversano come un colpo di fendente tutte le categorie dell’umano lavoro. Le loro storie sono complesse, spesso smarrenti, confuse da una narrazione che scivola nella mente del lettore con disinvolta poesia, senza pretese di chiarezza ma con un processo di sottrazione dell’evento e del sentimento che lascia smarriti ma pieni di domande future, di tensioni centrifughe e centripete; le quali allontanano ma, al contempo, trattengono al racconto, alle parole, a quelle linee che, così, pare possibile seguire sui palmi sinistri delle loro mani, come un continuo accadere delle “casualità della vita”, le sole che possano mai scombinare un destino. Il privato diventa pubblico, e lo condiziona. Il pubblico forza il privato, e spesso lo devasta. Le poche regole sono ridotte in frantumi, l’orizzonte è sempre un poco più lontano da dove si era calcolato potesse essere: le biografie tratteggiate da Davide Orecchio hanno solo queste, come leggi. Non c’è, in queste storie, sudditanza alla Storia, ma un ancor maggiore rispetto e attenzione per quelli che sono i veri e potenti significati che la storia ha: una verosimiglianza di manzoniana memoria ma di modernissimi risvolti. Questi personaggi sono veri, sono concreti, perché la parola li ha definiti e contenuti, con un leggero tratto, come fossero volti e figure botticelliani. Non delicati, ma ben compresi. Al di là che una qualche terra li abbia davvero sorretti e li abbia visti passare. Sempre con bene in mente, però, che l’infedeltà alla storia non deve mai diventare un obbligo.


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Left-Avvenimenti, 4 maggio 2012

Filippo La Porta, Biografie inventate eppure vissute

Davide Orecchio esordisce con un falso letterario che dice molte verità

E se provassimo a combattere la finzione – oggi sempre più pervasiva – con altra finzione? Se contrapponessimo al falso, sempre ingannevole, un finto però consapevole, dichiarato come tale? Anch’essa è una strategia di resistenza. Città distrutte. Sei biografie infedeli (Gaffi) dell’esordiente Davide Orecchio ci propone sei false biografie, altrettante storie di uomini e donne inventati ma ricorrendo a materiali d’archivio e a fonti documentarie vere.

Perché Orecchio ha voluto intitolarlo Città distrutte? Non nel senso di Austerlitz di W.G.Sebald, in cui si diceva che la distruzione è un destino della città moderna. La risposta allora va cercata in quello che dice la poetessa Betta Rauch, soggetto di una delle biografie: «Sono una città distrutta. Se Dio vuole, la storia è fatta di città distrutte e poi ricostruite…». Una frase che potrebbero far propria gli altri personaggi. In Città distrutte i protagonisti delle sei false biografie sono passati sulla terra leggeri (per parafrasare un bel libro di Sergio Atzeni), nel senso del non lasciare tracce.

Tutti più o meno alle prese con un fallimento, con uno scacco personale, lì dove concretamente l’essere umano fa esperienza di qualcosa. Tutti vengono colpiti dalla Storia, in modi spesso devastanti (le guerre, il fascismo, il comunismo), eppure la vita reale come sapeva Stendhal non è quella che si svolge nella Storia ma la vita quotidiana, la vita privata (e infatti il romanzo è il genere letterario che inventa la vita privata). Ora, questo non lasciare tracce cosa significa? Che queste esistenze «abbozzate e abortite» (Matteo Marchesini) sono meno degne di altre? Scalfari ha scritto che l’ingiustizia più intollerabile è il non essere riconosciuti. D’accordo, ma forse c’è qualcosa di più prezioso. Ricordo quanto diceva Nicola Chiaromonte, anche lui esponente – ben più radicale – di quella Terza Forza sconfitta nella nostra storia: bisognerebbe riconoscere il diritto a «vivere nascosti», un tempo considerato principio di saggezza e oggi perseguitato fino nell’intimo dalla invadenza dei media. I protagonisti del libro vorrebbero a volte restare nascosti e altre volte avere un ruolo pubblico, ma stentano ad essere davvero riconosciuti, e forse capiscono che alla fine la Storia è una illusione. Assomigliano a personaggi reali, e anche noti, ma non sono propriamente loro. Come quando riconosciamo un amico o un conoscente nella folla e poi scopriamo che invece è un estraneo. Ne restiamo come spaesati. La pagina di Orecchio dà al lettore un effetto spaesante, lo confonde e lo stimola a una nuova percezione. Mi soffermo solo su una biografia, del molisano Eschilo Licursi, socialista e comunista militante, prima assai popolare poi dimenticato. Mentre si trova a Roma, nominato funzionario a Botteghe Oscure, si gode «la vista dei gabbiani che… sembrerebbero fogli di carta, volantini bianchi agitati dal vento se non fosse per quei loro versi striduli»; e poi parla della bellezza che gli fa dimenticare la solitudine e dei «molti alberi che trafiggono le strade». Roma come corpo ferito, in cui la bellezza è contigua a un taglio doloroso o ai versi striduli degli uccelli… Si dispiega una geografia delle viscere urbane che attraverso il falso letterario ci trasmette una vibrazione autentica.


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Gentleman, 1 maggio 2012

Segnalazione

Il romanzo-saggio, là dove germoglia la letteratura migliore, ha un nuovo autore: Davide Orecchio, che con Città distrutte (a destra, Gaffi, 238 pagine; 15,50 euro), all’esordio nella narrativa, ha usato a meraviglia la sua esperienza di storico. Un regista sovietico, una ragazza argentina, un diplomatico prussiano, una poetessa infelice… Biografie infedeli ma documentatissime, dove tutto appare così vero da essere finto. Perché ogni uomo è un’isola, ma anche una città, che deve imparare a guardarsi dagli invasori.

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Corriere della Sera / La Lettura, 29 aprile 2012

Paolo Di Paolo, Cari Fofi e Golino, i Giovani Narratori non Fuggono dall’Oggi

«Quest’ingresso nella vita e quest’apprendistato alla morale civica e ai sentimenti in anni di dura prova, è bello e convincente, ma ci si chiede se lo sfondo — Roma, la guerra, il popolo di allora — non siano una fuga dall’oggi». Con queste parole il critico Goffredo Fofi ha recensito l’esordio di Paola Soriga, Dove finisce Roma (Einaudi), che rinverdisce in modo creativo il filone resistenziale della nostra narrativa. Il giovin scrittore diligente che volesse far tesoro delle voci della critica, rischia d’essere disorientato. Ricapitoliamo. Scrivere del presente è pericoloso, scivoli nella cronaca in un attimo e nemmeno te ne accorgi, vieni «pietrificato» dalla Medusa dell’oggi mostruoso: per vincerla, infatti, serve lo scudo dell’eroe Perseo, che fa riflettere lo sguardo altrove. Sì, certo, ma dove? Non al proprio ombelico. E allora? Per restare in aria di miti, ecco che — deposti gli scudi — viene voglia di infilarsi nei panni di Orfeo e guardare indietro, in cerca di Euridice. Interrogare il passato, recuperare storie sommerse, reinventarle, magari con l’intenzione di riscattare la propria stessa inconsapevolezza e ignoranza, di ripristinare quella «forza di gravità storica» che sembra perennemente in pericolo. È solo una coincidenza? Notava Daniele Giglioli sulla «Lettura» del 22 aprile che in libreria, negli ultimi mesi, sono arrivati in gran numero romanzi che potremmo definire «storici»: lui ha citato quelli di sfondo bellico; aggiungerei uno dei libri più misteriosi e originali di questa stagione, Città distrutte di Davide Orecchio, storico di formazione e narratore-archeologo; Dove sono di Stefania Scateni, che ha riportato alla luce le «tabacchine» degli anni Cinquanta, le loro voci, la forza d’animo, il dolore; Prima del disincanto di Attilio Wanderlingh, che ha ricomposto pezzi di storia privata e pubblica — gli anni del fermento e del «vogliamo tutto», prima della palude degli Ottanta. E Una storia chiusa di Clara Sereni che, a dispetto del titolo, riapre i conti con la storia italiana recente. Si tratta di un’epidemia nostalgica, di un ripiegamento difensivo, di una fuga al riparo dal presente e dal futuro? Gli scrittori italiani sono stati contagiati dalle atmosfere rétro dell’ultimo Scorsese, dell’Allen parigino o di The Artist come denunciava Francesco Piccolo sulla «Lettura»? Si dovrà parlare di «regressione nel passato» come fece Enzo Golino nel 1988 per Le strade di polvere di Rosetta Loy, come teme Giglioli di fronte ai «romanzi d’archivio» e come qualcuno ha fatto per il film di Giordana Romanzo di una strage? No, non è regressione né antiquariato: il passato non è per loro «terra straniera», gli autori italiani si comportano da sentinelle della memoria. Accanto al lavoro degli storici, quello dei romanzieri sarà sempre più utile e fruttuoso: la Storia «nella forma di una storia» (Hayden White) produce immaginazione, senso ulteriore, dialettica, consapevolezza. Più che teorizzare, bisognerebbe valutare le singole opere. Si può capire qualcosa della Grande Guerra tanto sulle pagine di Gadda quanto su quelle che la «reinventano», di Vassalli o Pennacchi. Lo spirito con cui Elsa Morante ha scritto La Storia è ancora vivo, perfino vitale. D’altronde il passato — ha detto, da storico, Tony Judt — non smette mai di cambiare.

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Les Flaneurs, 22 aprile 2012

Luigi Loi, Tutte le città distrutte di Davide Orecchio

Davide Orecchio ha già una consapevolezza fortissima della propria penna e stupisce che si tratti della sua prima prova narrativa. Ha da poco pubblicato Città Distrutte – Sei biografie infedeli per i tipi di Gaffi. Vi proponiamo questa intervista in cui gli domanderemo che cosa pensa sia una biografia e che cosa sia la fiction narrativa, ma sopratutto che cosa succede quando si mischiano questi due ingredienti nello stesso libro.

Citta distrutte è una raccolta di biografie, come recita il sottotitolo “infedeli”. Perché?

Sentivo il bisogno di denunciare il carattere fittizio, letterario, dei testi raccolti nel libro. In un primo momento era proprio “fittizie” l’aggettivo che avevo scelto. Ma “infedeli” mi è sembrato più bello; ed evocava, inoltre, i diversi livelli di tradimento. Il vissuto reale viene tradito in nome di un vissuto falso o inventato. Il genere e lo strumentario storiografico subiscono un “sorpasso sleale” da parte della narrazione di fantasia. L’autore stesso tradisce (o rinuncia a) la sua identità di storico per dare voce a un altro sé. Insomma, un bell’elenco di infedeltà.

Il filone delle biografie verosimili si ascrive a quel genere sublime che nasce col Lazzarillo de Tormes e che ritroviamo nel ‘900 con Borges. Quali sono le motivazioni che ti hanno portato a scegliere un genere così difficile e ambizioso piuttosto che un tipo di narrazione classica?

La scelta di scrivere questo libro nasce dal desiderio di sperimentare una forma di meticciato tra narrativa e saggistica. Ma viviamo nel secondo millennio e qualsiasi genere di sperimentazione ha una tradizione di riferimento. Quindi non credo che sarei arrivato a scriverlo se prima non mi fossi nutrito di certe opere di Sebald, Pitol, Bolaño o Kiš. Senza dimenticare il Borges da te già citato. Il clima è questo. I modelli letterari sono espliciti. Sull’ambizione non so. La verità è che nello scrivere i testi mi sono trovato subito a mio agio nel genere, come quando da bambini si scopre una vocazione per uno sport. Credo dipenda dalla mia ambivalenza tra una formazione di storico e una vocazione di scrittore. Avevo una costellazione di storie, un repertorio di documenti e fonti sul quale è stato quasi naturale intervenire.

In Città distrutte ho dovuto (o voluto) affrontare un problema estetico dal quale poi si è generato un problema etico riguardo al vero e al falso di quanto stavo scrivendo. Non so se i problemi li abbia risolti o no. Ma la questione era questa. Lo storico punta a far emergere una verità dalle fonti che ha consultato. È un obiettivo sublime, senza dubbio, ma comporta un enorme sacrificio estetico che costringe a esporre ogni causa, ogni effetto, senza trascurare i dettagli anche più prosaici. La verità dell’accaduto comanda lo stile, si nomina da sé, sceglie essa stessa le parole, il ritmo, la frase. Nella scelta di scrivere biografie infedeli, invece, la narrazione prova a nominare la realtà, prova a decidere che ritmo e direzione debba avere l’ordine degli eventi (seppure in parte falsi e inventati). Da un atto di disubbidienza rispetto a fatti, nomi, azioni, documenti emerge il desiderio di non soccombere alle regole della realtà, di superare il perimetro del reale per tracciarne uno nuovo. Poi ti capita anche di arrivare a una qualche verità dicendo bugie.

Una ragazza di Buenos Aires, un militante comunista meridionale, un regista russo, la storia della poetessa Betta Rauch e ancora altri personaggi e altre voci. Chi sono questi personaggi?

Sono tutti personaggi che vanno all’arrembaggio della vita, forti di una propulsione esistenziale che poi, superato un climax, decade, si stempera per effetto di delusioni, senilità o, più spesso, a causa dell’impronta violenta della Storia.

Alla fine di ogni capitolo delle note mostrano cosa c’è di storico e cosa è inventato nel tuo libro. Eppure il dubbio è ormai inoculato nel lettore. Da dove nasce la forza letteraria di questo continuo passaggio dal respiro romanzesco alla testimonianza più strettamente storica?

Be’, se ci sia o no una forza non posso essere io a dirlo. A mio parere, però, la fonte, la citazione, il lacerto che emerge da un archivio o il passo di un libro, che siano essi veri o falsi non importa, hanno un forte impatto sulla pagina scritta. A queste citazioni e incisi dei quali riempio le biografie assegno indubbiamente una funzione letteraria. Interrompono il racconto dando sostanza a questo o a quel passaggio, oppure suffragano e rafforzano il racconto stesso. Mettono al mondo una terza persona potenziata. L’autorevolezza della fonte, del documento che dice al lettore: “Questa storia è andata così e tu devi credermi”. Poi, ripeto, non importa se la fonte sia vera o falsa. L’importante è che legittimi in quel momento, in quel punto, la narrazione e dia consistenza, spessore, dimensione alla scrittura.

Quasi tutti i tuoi personaggi vivono nel ‘900, conoscono il fascismo, il comunismo, la guerra fredda, il movimento del ’68. Il perché di questa ambientazione?

Quando studiavo storia facevo di tutto per tenermi lontano dalla contemporaneità. Avevo paura dei suoi tranelli, delle scelte anche ideologiche alle quali ti costringe sempre. Preferivo occuparmi più “comodamente” di Settecento e Ottocento. Ma ero anche giovane, forse un po’ impaurito dal mondo che cambiava (il crollo del Muro, la fine del comunismo ecc.). Non è comunque un caso che abbia scritto del secolo passato in un lavoro letterario e non scientifico. Il punto è che gli stupri collettivi, i massacri antropologici e i vizi ideologici del secolo breve (il secolo del nazismo, del fascismo, dello stalinismo) suscitano una rabbia che si può esprimere a stento in una dimensione saggistica. E poi, naturalmente, la tesi della “città distrutta”, risultato e macerie dello scontro tra individuo e storia, funziona più che mai nell’ambito del Novecento.

Uno dei problemi più difficili per un narratore è quello di non infatuarsi dei propri personaggi per poterli descrivere al meglio, con maggiore spessore, con verosimiglianza. Nel continuo valzer tra reale e fittizio che è presente in queste sei biografie, come hai trovato la giusta distanza, il giusto punto di osservazione?

Per me è diverso. La questione si capovolge proprio. Nel senso che non potrei scrivere di una persona o personaggio per il quale non provassi amore ed empatia. Il distacco stilistico, nel caso di Città distrutte, è venuto dopo, consentito dalla forma biografica o pseudo biografica che aiuta una certa severità. Però non in tutte le pagine del libro si avverte questa severità. Al contrario, non mancano momenti di sintonia completa tra me e i personaggi.

Nel tuo futuro di narratore ci sarà ancora spazio per questo tipo di eroi o sposterai il focus altrove?

Ci sarà spazio con le opportune variazioni, perché non si può replicare lo stesso modello né scrivere due volte lo stesso libro. Quasi certamente ritornerò su Pietro Migliorisi, sempre adottando la formula biografica. Ma – e questo vale anche per altri progetti che ho in cantiere – modificherò la ricetta della mia cucina: la dose documentale diminuirà e le porzioni d’invenzione aumenteranno.


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Cabaret Bisanzio, 18 aprile 2012

Enzo Baranelli, Città distrutte di Davide Orecchio

Biografie infedeli. L’infedeltà è l’immaginazione del racconto che crea i collegamenti mancanti nelle vite delle persone, ricostruite sulle base di una solida documentazione. Davide Orecchio esplora non solo le vite, ma anche i luoghi: “la storia è fatta di città distrutte e poi ricostruite”. In queste città vivono i personaggi/persone che l’autore racconta con uno stile preciso e insieme visionario, perché per ridare vita ai morti, farli parlare e agire serve un breve lampo che squarci il fumo-polvere-tenebre avvolto attorno ai nomi scomparsi. Nominare. Raccontare. Sognare le vite e disseppellirle. “Città distrutte” è un’opera di grande rigore, forza ed empatia. Qualcosa nello stile ricorda Pavese, una musicalità nella cadenza e nella scelta delle parole, come in “Dialoghi con Leucò”: attraverso il racconto, le vite svelano radici mitologiche, perché infedeli, illuminate e misteriose. L’autore compare, a volte, con una dichiarazione di poetica, un’ulteriore chiosa al testo/biografia: “Ho a che fare con uno stato d’animo, altrimenti come spiegare questa biografia che da una riga all’altra accumula anni, dove l’ultima delle linee è soverchiata dalla catena dei fatti[…]? E tutto in poche pagine, non come accadde ma come fu ricordato e ora scrivo. Lo chiamo un anno ma dura il tempo di annotarlo (anzi non è tempo, è un gesto)”. Straordinaria è la prosa lirica che contraddistingue la biografia, ampiamente infedele, di Andrej Tarkovskij. Le citazioni in epigrafe al racconto avvertono subito il lettore sul soggetto della biografia, ma i due personaggi, quello creato da Orecchio e Tarkovskij “iniziano a somigliarsi dopo i vent’anni”. Attraverso l’invenzione il lettore può sperimentare l’emozione della narrativa, della storia immaginata e anche ritrovare il grande regista russo. Districare i fili delle biografie infedeli non è opera semplice e neppure da prendere in considerazione; bisogna abbandonarsi alla letteratura. Le parole rotolano sulla lingua, dapprima come semplici suoni, poi immagini, ombre, notti insonni, desideri, morte, speranze, vizi assurdi. Le maglie della rete-racconto raccolgono i collegamenti: il resto è poesia che lega tutto nell’opera che si ha tra le mani, testimonianza di testimonianze e magico incontro tra le parole, come trai personaggi e le persone.

Un altro intervento dell’autore. “[…] ma ho fretta come se domani il mondo finisse, le mie piante morissero, il gatto scappasse di casa, la casa crollasse con tutti i suoi libri e la musica, i progetti s’incenerissero dalla mezzanotte e perdessi la memoria e tutte queste sciagure potessero evitarsi solo a una condizione: chiudere con Migliorisi”. E poi scopriremo che Pietro Migliorisi è, o potrebbe essere, Alfredo Orecchio; il sangue come un filo rosso che si avvolge e tende allo strappo, mentre l’autore lo dipana con foga e insieme rassegnazione. Le microfratture nella vita degli individui sono crepe che si diramano in più direzioni e l’autore le segue, facendo scorrere la penna come fosse un’estensione tattile delle dita, del senso più fisico e diretto perché implica il contatto.

Giudizio: 5/5

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L’Indice dei libri del mese, aprile 2012

Angelo Ferracuti, Il contenuto di verità della menzogna 

La biografia non ha mai avuto una grande fortuna nel nostro paese, ma forse in una sta­gione di profonda crisi della fiction, dove gli scrittori esplorano territori di scrittura altra, come per esempio il reportage nelle sue tante forme, o l’autobiografia sciupata e tradita dall’invenzione, torna come forma letteraria capace di sorprenderci, darci quel surplus di realtà, di senso, di profondità conoscitiva che molti romanzi commercialmente ben confezionati, o esordi ano­ressici ridotti a merci da banco del supermercato, da anni ci vietano nella loro dimessa e meccanica prevedibilità.

Ce lo dice un libro di Davide Orecchio, giovane autore uscito dall’officina di “Nuovi argomenti”, che lavora come giornalista al settimanale “Rassegna” della Cgil, di solida e insolita compostezza formale, dalla scrittura abilmente scolpita da una ritmica esatta che mischia sapientemente reperto memoriale, ricerca storica sul campo, quindi “le carte”, un corredo di letture riverberanti e contestuali molto ricco, all’infedeltà, peraltro annunciata dal sottotitolo, di un’immaginazione che inventa dal vero lasciandosi uno spazio di verosimile quanto mai azzardata parte di finzione.

Il risultato è notevole, così come il campionario delle storie, di forte impatto emotivo e calibrata resa espressiva, con tramature a volte microromanzesche di memoria manganelliana, fatte di improvvisi colpi di scena o inaspettati dirottamenti.

A parte l’ultimo di questi sei capitoli, tutti attingono alla memoria del Novecento e delle sue mitologie (il fascismo, il comunismo, la guerra fredda, il ’68), forse il repertorio che Orecchio meglio ha studiato e conosce come storico, del mondo politico e sindacale come di quello artistico, ma non solo.

La scelta coraggiosa di una ragazza nella Buenos Aires dei desaparecidos, le delusioni di un militante comunista meridionale toccato da una malora esistenziale, il regista russo vagamente somigliante a Tarkovskij incapace di realizzare il suo film osteggiato dai burocrati sovietici, il fallimento del progetto politico e culturale nella vita del personaggio multiplo Pietro Migliorisi, la storia di formazione della poetessa Betta Rauch condannata all’anonimato nonostante un impegno di scrittura e di militanza internazionalista di anni.

Sono tutte storie di conflitti con il potere, con i poteri, di perdenti e di fallimenti, talune volte anche con se stessi nel piano esistenziale, e personaggi unici ma che possono essere plurali in quanto esemplari di un’autobiografia collettiva vissuta nelle “città distrutte” che danno il titolo al libro, cioè in quegli edifici ideologici, culturali e politici di un mondo relativamente a noi vicino che però ci appare vertiginosamente irraggiungibile, ormai metafore del secolo breve.

Edifici che si fanno corpi, storie collettive che riverberano con quelle private. Ed è proprio la nevrotica poetessa Betta Rauch, una sorta di Ingeborg Bachmann italiana, che lo scrive in uno dei suo zibaldoni intimi: “Spesso dici che sono un rudere con un tono che mi fa impressione. Io spero di no. Certo, sono una città distrutta. Se Dio vuole, la storia è fatta di città distrutte e poi ricostruite”.

Le intenzioni del realista “costretto” alla menzogna sono in un frammento di una delle storie: “Come sentire cos’erano le sue spalle da giovane, se aveva i capelli soffici e quanto fossero neri, e sapere se piaceva alle donne, se il padre l’amò, se la madre l’amo? Accidenti, quest’uomo che è diventato per me il più sconosciuto e insieme il più vicino, vorrei ritrarlo come si deve lasciando che con lui parlassero cuore e cervello, fatti e testimoni, lirica e prosa, insomma cavandomela per bene”.

Ma, come scrisse Thomas Bernhard, “alla fine quello che importa è soltanto il contenuto di verità della menzogna”, e l’autore di questo libro, che lo sa perfettamente, si diverte a depistare di continuo il lettore.

Forse quello che sorprende di più è la lucidità con la quale il narratore restituisce queste vite eccentriche costruendole da un magma complesso, che le affratella ad altre, le ingorga incrociandole, le rende complesse, legandole indissolubilmente ai movimenti collettivi di più epoche, in una sorta di bricolage.

Con la rara capacità di reperire però anche una specie di midollo esistenziale costruito sui fatti salienti, sui movimenti necessari, non solo quelli memorabili, i grandi fatti, ma quelli dove l’intensità massima raggiunta nella curvatura interna di una verità esistenziale rende essenziale la persona-personaggio così come le silhouette di Alberto Giacometti.

Vengono in mente i Narratori delle pianure di Gianni Celati, o ancora meglio le Vite di uomini non illustri di Pontiggia, e, come i prototipi umani inventati dai nobili predecessori, anche questi di Orecchio si faranno a lungo ricordare.

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L’Unità, 27 marzo 2012

Angelo Guglielmi, I ritratti di Orecchio dipinti con parole fatte di fil di ferro 

La migliore virtù di Davide Orecchio, la ragione per cui può essere apprezzato, è la qualità della scrittura. Ma anche qui scegliendo da racconto a racconto. Dei sei racconti raccolti in Città distrutte i più interessanti (e convincenti) sono i primi due, l’uno con al centro la ragazza argentina, sequestrata dagli squadroni della morte e da questi violentata e seviziata, che muore al posto di un’altra prigioniera che le assomiglia come una goccia d`acqua ma che all’incontrario di lei ha un figlio piccolo da amare e far crescere (dunque si sacrifica in nome del futuro); l`altro con al centro un povero contadino molisano che, con le sue virtù di dedizione, abnegazione e onestà, dopo avere dedicato la sua vita alla cura e possibilmente all’emancipazione della sua gente oppressa da miseria e schiavitù, quasi alla fine della carriera, viene eletto, superando invidie e inganni, deputato nelle liste del Partito comunista e si trasferisce a Roma dove a Montecitorio (che sia il destino per quelli che ci entrano?) avvizzisce e muore.

In questi due racconti la scrittura viene adoperata per neutralizzare l’enfasi di benismo che le due storie raccontano riportando (e restituendo) il sacrificio della ragazza argentina e la nobile intelligenza del contadino molisano alle radici materiali dell’animo umano più profonde e obbliganti di ogni anelito pur presente di giustizia e di solidarietà. Di qui una scrittura antigenerosa, antipietistica, che non si presta a facili inviti, severa e insieme scorrevole (addirittura colloquiale): ha come un’anima interna, una struttura di ferro che ne regola i ritmi, i toni, i movimenti.

Gli altri quattro racconti narrano la miseria dell’esilio (un regista sovietico fugge dalla Russia e si rifugia a Roma ma non risolve il problema che lo angoscia di dare realtà al suo animo di poeta); la difficoltà di un giovane colto di vivere durante il fascismo (da adulto diventa comunista pentendosi del suo passato ma tarda a fare i conti (non li farà mai) con la sua fragilità psicologica e mentale; la dispersione di una ragazza bella e un po’ snob che vive spregiudicatamente tra viaggi, libri, e qualche amore (ha perfino un figlio che non la guarisce dalla improvvisazione e il frammentarismo delle sue scelte); infine la disperazione di un diplomatico prussiano, con vocazione per gli studi storici e il pensiero filosofico, che una volta a Roma, come ambasciatore presso la Santa Sede, trascura ogni altro impegno oltre le visite (e il piacere che ne ricava) ai resti monumentali della città Caput Mundi e continuamente vi ritorna dimenticando ogni altra preoccupazione tanto da non precipitarsi al letto del figlio malato e quando vi accorre è già morto. Più che storie di personaggi i quattro racconti sono l’illustrazione di un tema, qualche volta di un’epoca, di retaggi culturali e si sviluppano tutti su uno sfondo riarso di rovine, partecipano della stessa amarezza di vivere e di un comune destino di sconfitta e fallimento (non abbiamo bisogno di alzare la testa per sapere che di disperazioni del genere siamo da ogni parte circondati). Forse nascono da personaggi reali che l’autore ha conosciuto o ha in testa ma poi vengono manipolati con innesti da fantasia pur se sempre costituiti da reperti e documenti storici (nel senso di realmente esistenti). Anche nei primi due racconti vi erano interpolazioni di fantasia (per esempio il sacrificio della ragazza argentina non è presente nel film Garage Olimpo, che ne racconta la storia vera) ma rimangono racconti compatti, senza scivolamenti che l’autore stringe in una mano e ne governa senza smarrimenti lo sviluppo.

Negli altri quattro più che la forma biografia nella sua conchiusa credibilità prevale il racconto (l`analisi) di un problema, di una modalità di esistere con tutti gli inevitabili allargamenti e dispersioni che analisi del genere comportano e allora più che trovarci di fronte a un ritratto abbiamo la sensazione di trovarci di fronte a una scelta di dati a dimostrazione con la cura ma anche la casualità con cui con le tessere si costruisce un mosaico. Aggiungi che si tratta di problemi che riguardano l’anima di difficile gestione e allora non stupisce la presenza di un linguaggio meno controllato che qualche volta trova riparo nel poeticismo, quasi sempre nell`enfasi ipotattica e cede alle suggestioni di un intreccio più narrativo che significativo (sto pensando ai trascorsi di assassino del padre del regista sovietico).

In uno dei racconti il personaggio in questione lamenta di non avere “un linguaggio con le ali” non rendendosi conto che se gli metti le ali il linguaggio vola e non sai dove ti porta.

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Europa, 16 marzo 2012

Giovanni Dozzini, Sei biografie infedeli del Novecento

Davide Orecchio racconta le copie imperfette di vite di altri

Queste donne e questi uomini sono impostori, ma non per scelta propria. È così che le loro vite hanno finito per esistere, copie imperfette di vite di altri: riflessi, ombre, impronte, imitazioni. Biografie infedeli, dice Davide Orecchio, il loro demiurgo, colui che ha inseguito i segni di quelle altre vite e li ha fatti coincidere con le proprie visioni. Sei esistenze, sei storie raccontate in un libro appena pubblicato da Gaffi. Si intitola Città distrutte (238 pp., 15.50 euro), ed è un catalogo di falsi d’autore.

Èster Terracina, argentina nata da italiani scappati dalle leggi razziali e scomparsa nel buco nero della dittatura di Videla, ha cose in comune con molte donne, martiri di un tempo tragico e inumano. Lei non è reale come lo sono state loro, ma vera. Eschilo Licursi, sindacalista e comunista, eversivo nel Molise fascista e parlamentare frustrato nel secondo Dopoguerra, somiglia moltissimo a Nicola Crapsi, ma non è lui. Valentin Rakar, cineasta, russo, esiliato, ha tratti che ricordano in maniera impressionate quelli di Andrej Tarkovskij, eppure a guardarli da vicino emergono – forse ancor più chiaramente – anche le differenze. Pietro Migliorisi, poeta trionfante ai Littoriali del 1939, fascista, soldato d’Africa, poi apostata e cronista di foglio di partito, sembra davvero Alfredo Orecchio, il padre dell’autore, e ci sono i dettagli, per forza, ma all’uno mancano i successi e le soddisfazioni dell’altro: quei due non sono gli stessi, non fino in fondo. Betta Rauch, letterata, donna inquieta e scontenta, riesce a sovrapporsi a Oretta Bongarzoni, che dell’autore è la madre, e tuttavia questa sovrapposizione non è, non può essere, perfetta. Kauder, infine, prussiano filosofo e incapace di rassegnarsi alla vita ingoiato dalla decadenza romana d’inizio Ottocento, è nient’altro che una versione possibile di Wilhelm von Humboldt.

Ed è facile domandarsi perché, chiedersi cosa abbia mosso, in Davide Orecchio, la decisione di dedicarsi a riscritture del genere. Il fascino di quelle esistenze (inevitabilmente più marcato in alcune e meno in altre), senza dubbio, ma non può essere abbastanza. Poiché prima della scrittura viene un lavoro di ricerca formidabile, un lavoro certosino, da storico quale Orecchio – oramai da tempo direttore della rivista online della Cgil rassegna.it – d’altronde è, e allora nasce il sospetto che ci sia anche qualcos’altro, magari una sorta di piccola ossessione per l’esattezza impossibile della ricostruzione storica. Cominciare con in mano un lume a far da guida tra le tracce disseminate nei libri e nelle cose e finire lasciandosi trasportare dall’esigenza di narrare, incastonando ogni cosa laddove dovrebbe essere. E il sospetto è avvalorato proprio dalla qualità della lingua di Orecchio: eccellente. Straniante, incalzante, arcaica, sempre in equilibrio, a tratti nobilmente noiosa. Non ci sono molti scrittori, oggi in Italia, che scrivono così bene. Città distrutte è un libro insolito e bello, dunque, di forma e di sostanza.

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Il libro del giorno, Fahrenheit Radio3, 8 marzo: PODCAST

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Il Riformista, 9 marzo 2012

Francesco Longo, Storie irregolari di “Città distrutte”

Non sono racconti e non sono biografie. Sono forse l’anello mancante tra questi due generi letterari. Certamente, sono sei testi pieni di intarsi e citazioni, costruiti con tasselli di lettere, diari, leggende e, testimonianze, materiali che danno vita a un’ineffabile stratificazione linguistica che la copertina del libro definisce come “Sei biografie infedeli”. La casa editrice Gaffi ha pubblicato il libro di Davide Orecchio, intitolato “Città distrutte” (pp. 239, euro 15,50) e presenta questa raccolta di scritti come: racconti. Se davvero sono racconti, lo sono in modo del tutto irregolare e sui generis. Ogni città distrutta è la vita di uno dei protagonisti di queste storie che seguono il bilico tra verità documentale (si basano su storie reali) e fiction. Davide Orecchio ha selezionato delle parabole dolorose e le ha seguite così tanto da vicino da aver sentito, ad un certo punto, la confidenza per appropriarsene. La prima racconta la storia di Ester Terracina, ragazza vissuta nella metà del Novecento. Siamo in Argentina, militari in giro, dittatura, molta violenza. Il racconto cuce una vita perfettamente modellata dalla Storia di cui è parte: «Del periodo che segue restano tracce confuse, come se l’inabissarsi dell’Argentina riecheggiasse in una biografia che evapora». Il gesto finale della ragazza è paragonabile solo a certi slanci dei santi. Il secondo racconto inizia con una frase che contiene una intera vita: «Nasce e muore d’autunno». È la storia di Eschilo Licursi. In questi testi, la vita corre sempre troppo veloce, tutto è tumultuoso e inafferrabile: «Nel quindici torna a Consume dove trova la madre invecchiata». Ogni racconto è il frutto della sua ambientazione, che siano gli anni neri della guerra sovietica o la città di Roma. Forse tutti i racconti cercano di rispondere a queste domande: «II passato è solo carta? Oggetti impolverati? Bombe inesplose? Camposanti?».

La prosa di Orecchio è ricca, estremamente evocativa, a volte fin troppo cesellata, tanto da togliere il respiro e affaticare nella lettura quando tutto, in ogni frase, sembra voler tendere alla suggestione: «È spaesato, non nella città ma nelle strade che ha dentro. Come un rampicante che cresce troppo in fretta allungando i rami freschi dovunque purché sempre in alto, per poi ritrovarsi debole alla base, sfinito in un inverno rigido e defogliarsi sotto mentre sopra resta l’illusione delle fronde – anche in lui è avanzato un deserto che non prevedeva e l’annota nel diario il cinque luglio dell’ottocentosei».

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Corriere Nazionale, 4 marzo 2012

Seia Montanelli, Le biografie infedeli di Davide Orecchio

È inevitabile pensare alle Vite di uomini non illustri di Pontiggia appena ci si accosta alla lettura di Città distrutte. Sei biografie infedeli, di Davide Orecchio per Gaffi Editore. E poi a Borges e Bolaño, che hanno magistralmente giocato con il limite fra realtà e finzione. Ma procedendo nella lettura ci si dimentica di padri nobili e augusti precedenti, Orecchio ha uno stile molto personale, una scrittura accurata, precisa, a tratti poetica che all’improvviso si impenna, rincorre la storia, porta il ritmo quasi all’acme, per rendere l’inafferrabilità dell’esistenza. Stupisce questo libro sia il suo esordio. I personaggi delle sei biografie infedeli, tutti raccontati sullo sfondo di grandi momenti storici, dal fascismo, alla dittatura argentina, alle lotte intestine tra partiti, sono così veri da poter essere solo inventati, ma quello che hanno vissuto è accaduto sicuramente ad altri e Orecchio si diverte a mescolare fonti vere con documenti falsi, a comprovare quanto scrive con relazioni ufficiali e dichiarazioni di testimoni, nel pieno svolgersi della fiction e solo dopo, alla fine di ogni testo, svela fonti e retroscena. Ma la verità non fa per la letteratura, non aggiunge nulla al diletto che si prova a leggere queste pagine, come qualsiasi altra pagina ben scritta o storia ben raccontata. Che la giovane argentina che sceglie di morire per salvare la sua compagna di cella si chiami davvero Éster o Rachele o Maria, non fa differenza. Quello che conta sapere è che Éster in realtà si arrende, il suo sacrificio è insieme coraggio e cedimento, volontà di mettere fine al suo dolore. E in tutti i personaggi del libro c’è un momento in cui decidono di cedere, un impercettibile desiderio di annientamento, e a chiunque, in qualsiasi tempo e in ogni luogo è accaduto di provarlo.

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Arnaldo Colasanti, a “Uno Mattina caffè

(Rai 1, 27 febbraio 2012). Dal minuto 5.15.

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Corriere della Sera / La Lettura, 26 febbraio 2012

Daniele Giglioli, Biografia infedele del Novecento: sei vite di uomini non illustri

Davide Orecchio ripercorre fascismo, comunismo, guerra fredda attraverso le vicende di personaggi segnati dalla Storia

Diceva Giacomo Debenedetti che ci sono due tipi di artisti. Il primo è dotato di una felice facoltà di forgiare quasi naturalmente delle forme, cui solo in un secondo momento, e non sempre, si preoccupa di fornire una giustificazione in termini di significato. Il secondo è invece abitato e tormentato dall’oscura intuizione di un qualche senso da esprimere, e si fabbrica poi artigianalmente, spesso faticosamente, una forma in grado di portarlo in luce. Davide Orecchio, al suo esordio con Città distrutte. Sei biografie infedeli, è senz’altro del secondo tipo. Il procedimento costruttivo che presiede ai suoi racconti è complesso, tortuoso, labirintico. Orecchio crea personaggi di invenzione cui attribuisce però, attraverso una certosina opera di documentazione in cui si vale dei suoi studi dì storico, tratti, caratteristiche, vicende, opinioni, lettere e diari appartenenti a personaggi reali. Cose vere ascritte a persone inesistenti. Alla fine di ogni capitolo, una nota distingue puntigliosamente tra storico e inventato, esibendo testimonianze, bibliografie, verbali di polizia, faldoni d’archivio. Ma non dissipa i dubbi, anche perché Orecchio dissemina i testi di una pletora di riferimenti a filosofi o critici o biografi anch’essi immaginari: come dice Pinco Pallino… La frontiera tra vero e falso – e non, semplicemente, tra vero e finto, come accade di solito nel romanzo storico, se non nel romanzo tout court – è attraversata in ogni senso.

Il lettore è perennemente in sospensione, la prestazione che gli viene richiesta è una geometria variabile tra l’ansia e l’abbandono. La stessa in cui si aggirano i protagonisti dei racconti. Tema e struttura, visione e artificio si saldano perfettamente.

Lo sfondo su cui Orecchio accampa le sue storie è quasi sempre la storia tragica del Novecento: fascismo, comunismo, campagna d’Etiopia, resistenza, guerra fredda, dittature sudamericane. Una ragazza argentina si sacrifica per la sua compagna di cella. Un ex bracciante molisano insegue il sogno di riscatto che lo renderà da vecchio deputato a Roma, ormai incapacitato a cambiare alcunché. Un giornalista siciliano compie tutta la traiettoria che dal lungo viaggio attraverso il fascismo lo porta a iscriversi al Pci, sempre amaro a se stesso, sempre inutile agli altri. Un regista sovietico (cui sono attribuiti molti tratti di Tarkovskij) vegeta quattro anni di esilio a Roma dove non riesce a realizzare il film che i burocrati gli hanno sabotato in patria. Una poetessa scriverà tutta la vita senza pubblicare mai una poesia. Un diplomatico tedesco al tempo di Napoleone viene rivestito dei turbamenti di Wilhelm von Humboldt. Tutte città distrutte, prima ancora che dalla violenza della storia, da una sorta di centro vuoto di inazione, di dubbio, di incompiutezza che li attira in basso come un edificio che collassi. Vita, sembrano dire, è aspirare a ascendere mentre si discende.

Orecchio si difende bene dall’influenza dei suoi antecedenti. Non ci sono catastrofi vistose come in Sebald. Né arabeschi metafisici come in Borges. Né il sorriso taoista e latitudinario con cui Giuseppe Pontiggia contemplava le sue Vite di uomini non illustri.

Piuttosto un lento soccombere a una lotta vana ma non indecorosa, resa in una scrittura di grandi mezzi, innervata di continui cambiamenti di ritmo, pause riflessive e accelerazioni vertiginose, con un materiale metaforico di prim’ordine, mai esornativo, sempre aderente all’oggetto: «L’altra metà del secolo porta tracce di Migliorisi come una camicia scolorisce a ogni lavaggio».

Fantasmi già in vita, solo nella finzione i personaggi acquistano presenza. Non a caso tra loro ci sono tanti scrittori mancati. Soltanto l’arte trionfa nella e sulla storia. Che a un risultato così amaro si arrivi per vie tortuose è giusto e condivisibile. Compiacersene sarebbe volgare. Povera arte, povera storia, poveri noi.

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Il Foglio, 27 gennaio 2012

Matteo Marchesini, Le vite di sei personaggi non illustri che hanno trovato il loro autore

In tempi in cui si convive con un forte senso d`irrealtà, la letteratura si traveste da documento, e la storia s`interroga sul suo sostrato letterario. Dall’osmosi tra i due campi nascono reportage romanzati, montaggi di vecchie cronache, o magari parodie della storiografia classica, il cui stile secco e solenne viene impiegato, come in un libro di Giuseppe Pontiggia, per descrivere “vite di uomini non illustri”. A Pontiggia si pensa sfogliando “Città distrutte. Sei biografie infedeli”, i racconti dell`esordiente Davide Orecchio usciti ora per Gaffi. Ma qui il legame tra i personaggi e la Storia con la maiuscola è molto più stretto. Il suo stile somiglia a una frana, al gesto bulimico di chi divora il tempo perché ne è ossessionato, e a ogni nuova pagina fa scorrere la bobina sempre più in fretta, mimando l`inadeguatezza della scrittura davanti alla vita. Questa inadeguatezza è un tema centrale, dato che alcuni personaggi, costruiti mischiando documenti falsi e veri, sono anche scrittori falliti di cui l`autore ripesca le carte inedite. Così è per “Betta Rauch (1941-1995)”, giornalista proustiana che scrive versi sincopati sul suo rapporto col vecchio compagno e su Salvador Allende, mentre vede sgretolarsi le speranze private e pubbliche tra il boom e gli anni Novanta. Così è per il siciliano Pietro Migliorisi (1915-2001), figura brancatiana che sconta tutte le illusioni fasciste e comuniste e si fa cremare con un volume di Montale, prima odiato poi venerato: “La povertà lo mise al mondo. Mussolini l’inghiottì. Bottai lo deglutì. Badoglio lo rigettò. Togliatti lo prese masticato e lo rimasticò. Stalin Io digerì. Gorbaciov l’ha evacuato”. Le due vite modellate su esistenze illustri, quella del regista Rakar che cresce e muore in modo simile a Tarkovskij, e quella dell`ambasciatore prussiano Kauder dietro al quale giganteggia la sagoma di Wilhelm von Humboldt, sono poi appena ombre sbiadite degli originali. Entrambi credono di riuscire nell’arte esiliandosi dalla famiglia: e li ripagherà un fallimento su tutti e due i fronti.

Ma non c`è solo lo scacco estetico: “Eschilo Licursi (1899-1964)”, bracciante molisano divenuto dirigente socialista, comunista e poi deputato, proprio nei momenti cruciali della Storia si chiude in un silenzio sterile. Forse in questo catalogo di esistenze abbozzate e abortite, l’unica che si realizza è quella quasi “non scritta” di “Ester Terracina (1951-1976)”, che muore nelle carceri della dittatura argentina sacrificandosi al posto di un’altra detenuta. Comunque sia, siamo di fronte a un caso di osmosi che funziona piuttosto bene. Ma forse dipende dal fatto che Orecchio, oltre a essere un vero narratore, è un vero storico: e occorrevano entrambe le vocazioni per descrivere in modo così convincente lo iato che si apre tra la forma e la vita là dove il successo personale non ha eliminato gli errori, i bivii, le casualità dell`esistenza.Attraverso piccoli indizi privati, “Città distrutte” costruisce un raro spaccato sociologico della modernità più tragica: cioè degli uomini che ne hanno subito le tragedie senza poter quasi mai lasciare una traccia emblematica del loro passaggio.

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Il paradiso degli orchi

Alfredo Ronci, Davide Orecchio. Sei biografie infedeli

Malauguratamente è l’inganno la prima cosa a cui si pensa leggendo il libro. Cioè l’essere ingannati da una costruzione letteraria che ricorda altri. O forse solo uno: Roberto Bolaño. Ma chi ha buon occhio ha buon cuore (lasciatemelo credere). La chiave di lettura di Sei biografie infedeli è l’attesa: Davide Orecchio si distacca subito dal cileno e racconta con gagliarda precisione materia diversa dalla pseudobiblia o dalla mistificazione tipiche dell’autore di 2066. Dunque biografie, ma infedeli: nel senso che lo scrittore sente il bisogno di allontanarsi dalla verità non per puro gioco speculativo, ma crediamo per una sorta di autodifesa. Come non pensarlo leggendo la quarta (‘Episodi della vita di Pietro Migliorisi 1915-2001’), esaltante da un punto di vista strettamente narrativo e coinvolgente da un punto di vista sentimentale (quando la biografia fa a cazzotti con l’autobiografia?)? Queste sono storie dignitosamente politiche, che vogliono dare un senso al nostro esistere, ma spesso minate dalle disillusioni, dal mal de vivre, e dal dolore (dice Betta Rauch, ‘semplificando’ il titolo: Spesso dici che sono un rudere con un tono che mi fa impressione. Io spero di no. Certo, sono una città distrutta. Se Dio vuole, la storia è fatta di città distrutte e poi ricostruite.) Spesso nemmeno ci si riesce a ricostruirle, come nel caso di Ester (‘Ester Terracina 1951-1976’) che subisce continue violenze nell’Argentina di Videla (dice Orecchio nella postilla al racconto e che in qualche modo indica il percorso che ha seguito: nomi e fatti sono inventati, pur appartenendo a migliaia di vite e di morti che vi riconosceranno qualcosa di proprio), o come nelle vicende di Eschilo (‘Eschilo Licursi 1899-1964’), uomo integerrimo e antifascista che, dopo molto vagare, si lascia quasi morire nella memoria dei suoi cari. Sei biografie infedeli racconta più volte di uomini che cercano pace, rapiti prima dagli stimoli straordinari che la vita può offrire, successivamente dalle condizioni opposte:Migliorisi che era poeta, giovane, voleva la guerra per diventare uomo e adesso è solo uno che s’affloscia col viso sporco di terriccio, occhi irritati, l’olfatto tormentato, e cerca pace… Mi chiedo, alla fine, quanto di artificioso ci sia in questo libro, e quanto invece sia determinato, come dicevo all’inizio, da una sorta di autodifesa dell’autore: potrebbe essere una questione assolutamente fittizia e senza alcun valore. Ci si lamenta spesso, oggi, del ‘mal tiempo’, dell’assoluta propensione diaristica della giovane narrativa. Qui Acerbo fa l’esatto contrario: racconta le vicende di altri, ma la sua letteratura gli impedisce di restarne fuori. Scriveva Ludwig Feuerbach: Quanto più si allarga la nostra conoscenza dei buoni libri, tanto più si restringe il cerchio degli uomini la cui compagnia è gradita. Nel caso di Orecchio potremmo parafrasare: quanto più si allarga la nostra conoscenza di vite che vale la pena di esser raccontate, altrettanto si allarga quella dell’umana inutilità.

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Una segnalazione su Alicesenzaniente, 3 febbraio 2012.

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