Città distrutte vince il Premio Mondello

Da Rassegna.it: Davide Orecchio, con “Città distrutte. Sei biografie infedeli” (Gaffi), è tra i vincitori per l’Opera italiana edizione 2012 del Premio Letterario Internazionale Mondello, promosso dalla Fondazione Sicilia (già Fondazione Banco di Sicilia), da quest’anno in collaborazione con il Salone Internazionale del Libro di Torino. Gli altri autori premiati sono Edoardo Albinati con Vita e morte di un ingegnere (Mondadori) e Paolo Di Paolo con Dove eravate tutti (Feltrinelli). Salvatore Silvano Nigro con Il Principe fulvo (Sellerio) è, invece, il vincitore del Premio alla Critica letteraria.

I nomi degli autori che si sono aggiudicati il Premio Opera Italia sono stati resi noti il 5 giugno a Milano nel corso di una conferenza stampa alla quale hanno partecipato il presidente della Fondazione Sicilia, Giovanni Puglisi, e il direttore del Salone Internazionale del libro, Ernesto Ferrero.

A decretare i tre vincitori è stato il Comitato di selezione composto dai critici Massimo Onofri, Domenico Scarpa ed Emanuele Trevi. I tre scrittori selezionati, a fine novembre, si contenderanno a Palermo il Super Mondello, il cui vincitore sarà scelto da una Giuria di lettori che, dall’annuncio della terna sino al 15 settembre, potrà votare online il proprio libro preferito fra i tre proposti dal Comitato. I lettori votanti saranno indicati dalle librerie segnalate settimanalmente dalla rubrica ‘Parola di Libraio’ dell’inserto culturale Domenica de Il Sole 24 Ore.

I tre autori vincitori del Premio Opera italiana si contenderanno anche il Premio Mondello Giovani. La Giuria che contribuirà a decretare il vincitore di questo Premio è costituita da cento studenti di dieci scuole secondarie palermitane che, contattati dall’Associazione Teatro Scuola, fino al 15 novembre saranno coinvolti nella lettura dei tre libri in concorso, decretando il proprio vincitore. Anche il Premio Mondello Giovani sarà assegnato nel corso della cerimonia di fine novembre in programma a Palermo.

Un regista sovietico esule in Italia è artefice e vittima della propria solitudine. Una ragazza argentina, negli anni della dittatura, mostra ai militari di Buenos Aires un coraggio impulsivo e ingenuo. Un giornalista siciliano matura attraverso il fascismo e una democrazia imperfetta. Un bracciante molisano insegue la redenzione dalla povertà della sua terra. Un diplomatico prussiano trova il proprio destino di filosofo mentre Roma cade, presa dalle truppe di Napoleone. Una poetessa infelice prova a riscattarsi in una scrittura frammentaria ed emotiva.

In Città distrutte Davide Orecchio rielabora il genere biografico mescolandolo alla finzione. I suoi racconti si basano su fonti edite, materiali d’archivio, fatti documentati, ma li rispettano fino a un limite preciso, varcato il quale il lettore è testimone di un tradimento: la ricostruzione saggistica cede il passo all’invenzione. Il libro, uscito a febbraio 2012, è stato accolto positivamente dalla critica:

“Il suo stile somiglia a una frana, al gesto bulimico di chi divora il tempo perché ne è ossessionato, e a ogni nuova pagina fa scorrere la bobina sempre più in fretta, mimando l`inadeguatezza della scrittura davanti alla vita” (Matteo Marchesini, Il Foglio).

“Il lettore è perennemente in sospensione, la prestazione che gli viene richiesta è una geometria variabile tra l’ansia e l’abbandono. La stessa in cui si aggirano i protagonisti dei racconti. Tema e struttura, visione e artificio si saldano perfettamente. (…) Un lento soccombere a una lotta vana ma non indecorosa, resa in una scrittura di grandi mezzi, innervata di continui cambiamenti di ritmo, pause riflessive e accelerazioni vertiginose, con un materiale metaforico di prim’ordine, mai esornativo, sempre aderente all’oggetto” (Daniele Giglioli, Corriere della Sera).

“Non ci sono molti scrittori, oggi in Italia, che scrivono così bene” (Giovanni Dozzini, Europa).

“Una scrittura antigenerosa, antipietistica, che non si presta a facili inviti, severa e insieme scorrevole (addirittura colloquiale): ha come un’anima interna, una struttura di ferro che ne regola i ritmi, i toni, i movimenti” (Angelo Guglielmi, L’Unità).

Un libro “di solida e insolita compostezza formale, dalla scrittura abilmente scolpita da una ritmica esatta che mischia sapientemente reperto memoriale, ricerca storica sul campo, quindi “le carte”, un corredo di letture riverberanti e contestuali molto ricco, all’infedeltà, peraltro annunciata dal sottotitolo, di un’immaginazione che inventa dal vero lasciandosi uno spazio di verosimile quanto mai azzardata parte di finzione” (Angelo Ferracuti, L’Indice).

“Roma come corpo ferito, in cui la bellezza è contigua a un taglio doloroso o ai versi striduli degli uccelli… Si dispiega una geografia delle viscere urbane che attraverso il falso letterario ci trasmette una vibrazione autentica” (Filippo La Porta, Left-Avvenimenti).

In una memoria di crudele precisione, Edoardo Albinati ricostruisce la lunga fuga di un uomo talentuoso attraverso i corridoi del boom economico, i doveri della famiglia, le aspirazioni segrete e indicibili, e infine il male che obbliga a chiedersi: chi sono? Cosa ho vissuto a fare? Chi ho amato veramente? Dove eravate tutti. Dov’erano i padri, soprattutto. Dentro il declino civile di un paese, così risuona l’essere giovani contro l’età adulta, contro l’assenza, contro il silenzio. Lo spazio che si apre tra la cupa attualità e un amore possibile disegna una strada, spazza gli anni senza nome che il protagonista del romanzo di Paolo Di Paolo ha vissuto e ripercorso in una ostinata “archeologia di se stesso”.

Il Principe fulvo è un saggio sulla vita e le opere di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, che vuole essere letto come un racconto. Salvatore Silvano Nigro si avvale di molti documenti inediti, che permettono di ricostruire gli avventurosi anni giovanili dello scrittore in giro per le capitali europee. Il libro mette in correlazione la scrittura del Gattopardo con le opere della biblioteca dell’autore. Il Gattopardo viene raccontato non come un romanzo storico ma come un romanzo fantastico e allegorico, dentro il quale si muovono animali imprecanti e statue animate legate alla simbologia borbonica.

La nuova sfida del Premio Mondello è quella di andare al di là dei tradizionali premi letterari, trasformandosi in un’iniziativa culturale a tutto tondo nella quale i lettori possano realmente avere un ruolo da protagonisti.

Il mese scorso è già stato assegnato il Premio Autore Straniero alla statunitense Elizabeth Strout, conferitogli da Paolo Giordano.

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