La recensione di Angelo Ferracuti

Sull’Indice dei libri del mese di aprile, a pagina 23:

“La biografia non ha mai avuto una grande fortuna nel nostro paese, ma forse in una sta­gione di profonda crisi della fiction, dove gli scrittori esplorano territori di scrittura altra, come per esempio il reportage nelle sue tante forme, o l’autobiografia sciupata e tradita dall’invenzione, torna come forma letteraria capace di sorprenderci, darci quel surplus di realtà, di senso, di profondità conoscitiva che molti romanzi commercialmente ben confezionati, o esordi ano­ressici ridotti a merci da banco del supermercato, da anni ci vietano nella loro dimessa e meccanica prevedibilità.

Ce lo dice un libro di Davide Orecchio, giovane autore uscito dall’officina di “Nuovi argomenti”, che lavora come giornalista al settimanale “Rassegna” della Cgil, di solida e insolita compostezza formale, dalla scrittura abilmente scolpita da una ritmica esatta che mischia sapientemente reperto memoriale, ricerca storica sul campo, quindi “le carte”, un corredo di letture riverberanti e contestuali molto ricco, all’infedeltà, peraltro annunciata dal sottotitolo, di un’immaginazione che inventa dal vero lasciandosi uno spazio di verosimile quanto mai azzardata parte di finzione. Il risultato è notevole, così come il campionario delle storie, di forte impatto emotivo e calibrata resa espressiva, con tramature a volte microromanzesche di memoria manganelliana, fatte di improvvisi colpi di scena o inaspettati dirottamenti.

A parte l’ultimo di questi sei capitoli, tutti attingono alla memoria del Novecento e delle sue mitologie (il fascismo, il comunismo, la guerra fredda, il ’68), forse il repertorio che Orecchio meglio ha studiato e conosce come storico, del mondo politico e sindacale come di quello artistico, ma non solo. La scelta coraggiosa di una ragazza nella Buenos Aires dei desaparecidos, le delusioni di un militante comunista meridionale toccato da una malora esistenziale, il regista russo vagamente somigliante a Tarkovskij incapace di realizzare il suo film osteggiato dai burocrati sovietici, il fallimento del progetto politico e culturale nella vita del personaggio multiplo Pietro Migliorisi, la storia di formazione della poetessa Betta Rauch condannata all’anonimato nonostante un impegno di scrittura e di militanza internazionalista di anni.

Sono tutte storie di conflitti con il potere, con i poteri, di perdenti e di fallimenti, talune volte anche con se stessi nel piano esistenziale, e personaggi unici ma che possono essere plurali in quanto esemplari di un’autobiografia collettiva vissuta nelle “città distrutte” che danno il titolo al libro, cioè in quegli edifici ideologici, culturali e politici di un mondo relativamente a noi vicino che però ci appare vertiginosamente irraggiungibile, ormai metafore del secolo breve. Edifici che si fanno corpi, storie collettive che riverberano con quelle private.

Ed è proprio la nevrotica poetessa Betta Rauch, una sorta di Ingeborg Bachmann italiana, che lo scrive in uno dei suo zibaldoni intimi: “Spesso dici che sono un rudere con un tono che mi fa impressione. Io spero di no. Certo, sono una città distrutta. Se Dio vuole, la storia è fatta di città distrutte e poi ricostruite”. Le intenzioni del realista “costretto” alla menzogna sono in un frammento di una delle storie: “Come sentire cos’erano le sue spalle da giovane, se aveva i capelli soffici e quanto fossero neri, e sapere se piaceva alle donne, se il padre l’amò, se la madre l’amo? Accidenti, quest’uomo che è diventato per me il più sconosciuto e insieme il più vicino, vorrei ritrarlo come si deve lasciando che con lui parlassero cuore e cervello, fatti e testimoni, lirica e prosa, insomma cavandomela per bene”. Ma, come scrisse Thomas Bernhard, “alla fine quello che importa è soltanto il contenuto di verità della menzogna”, e l’autore di questo libro, che lo sa perfettamente, si diverte a depistare di continuo il lettore.

Forse quello che sorprende di più è la lucidità con la quale il narratore restituisce queste vite eccentriche costruendole da un magma complesso, che le affratella ad altre, le ingorga incrociandole, le rende complesse, legandole indissolubilmente ai movimenti collettivi di più epoche, in una sorta di bricolage. Con la rara capacità di reperire però anche una specie di midollo esistenziale costruito sui fatti salienti, sui movimenti necessari, non solo quelli memorabili, i grandi fatti, ma quelli dove l’intensità massima raggiunta nella curvatura interna di una verità esistenziale rende essenziale la persona-personaggio così come le silhouette di Alberto Giacometti. Vengono in mente i Narratori delle pianure di Gianni Celati, o ancora meglio le Vite di uomini non illustri di Pontiggia, e, come i prototipi umani inventati dai nobili predecessori, anche questi di Orecchio si faranno a lungo ricordare”.

IL TESTO ORIGINALE QUI

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