Eschilo Licursi

Nasce e muore d’autunno. In là con gli anni lo chiamano zio che spetta a chi è anziano ma non tragga in errore, lo deve al rispetto. Il Catalogo dei molisani illustri lo mostra nelle vie del centro “sempre attorniato dalle persone che chiedono o ringraziano”. Poi lontano dal capoluogo la riconoscenza è meno pudica, l’omaggio dei cappelli fa posto all’assedio dei braccianti, quando viaggia per le campagne o sulle colline aspre “l’orda dei necessitanti ne colma l’ascolto” (G. Florio, Ricordi della terra, Isernia 1960, p. 182), come da “infissi in rovina” le suppliche “scivolano tra i denti” sul tragitto di labbra stinte quanto intonaci (ibidem, p. 61), gli stringono l’abito unghie che sembrano fossili e indignate al che lui prende appunti e giura che risolverà, altrimenti lo lascerebbero andare?

È famoso. Questo lo porterà a Roma, dove non fece nulla se non morire. Il più tragico degli atti mancati, la morte invece del compimento…..

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